Scenari 2025

L’economia cinese non ha raggiunto il picco

Pechino ha bisogno di riforme orientate al mercato: ci porterebbe a un aumento dei consumi e degli investimenti

(Adobe Stock)

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Ciò che accadrà all’economia mondiale e alla geopolitica globale nel 2025 dipenderà in modo significativo dalla Cina, il più grande esportatore mondiale e il secondo mercato di consumo. Ma le valutazioni prevalenti sulla salute economica della Cina sono profondamente errate.

I titoli dei giornali nel 2024 sono stati contrastanti. Il Pil cinese è in crescita, anche se il tasso preciso è sempre oggetto di dibattito. La disoccupazione giovanile, che ha scioccato i politici quando ha raggiunto un picco del 21,3% nel giugno 2023, è scesa al 17,6%. E la crisi del mercato immobiliare sembra finalmente attenuarsi, con le transazioni in aumento in seguito all’audace intervento del governo a sostegno del settore che, direttamente e indirettamente, rappresenta un terzo dell’economia cinese.

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Il rallentamento

Eppure, sembra mancare il dinamismo che ha caratterizzato l’economia cinese negli ultimi trent’anni. La crescita dei consumi è lenta, poiché le apprensive famiglie cinesi mantengono alti tassi di risparmio. Allo stesso modo, la fiducia degli investitori stranieri è ai “minimi storici”. Con il calo dei prezzi crescono i timori di una spirale deflazionistica, ricordando la prolungata stagnazione che ha attanagliato il Giappone a partire dagli anni ‘90. In questo contesto alcuni ora sostengono che l’economia cinese abbia già raggiunto il picco.

Ma tali valutazioni non sono particolarmente affidabili. Per cominciare, riflettono per lo più la prospettiva delle multinazionali, preoccupate dei propri profitti, o delle imprese e dei governi stranieri che hanno una visione antagonista della crescita cinese. Questo aiuta a spiegare perché gli osservatori tendono a concentrarsi su settori specifici, come i beni di lusso o i veicoli elettrici, che rappresentano una piccola fetta di un’economia vasta e complessa e sono scollegati dalle sfide cui deve far fronte la maggior parte dell’1,4 miliardi di cinesi e il governo che gestisce le loro vite.

Un secondo problema con gran parte dell’analisi dell’economia cinese è che non è basata sull’evidenza.

Ad esempio, i responsabili delle politiche internazionali tendono a fissarsi sui consumi, che sono bassi in Cina, anche se l’ipotesi che i consumi interni stimolino la crescita è altamente discutibile. Infatti, un basso consumo può riflettere una vasta gamma di problemi, che non si risolverebbero automaticamente inducendo i cinesi a consumare di più.

Allo stesso modo, l’ossessione per i rischi deflazionistici deriva dal presupposto che la deflazione contribuisca a una scarsa performance economica. Ma i ricercatori hanno faticato a trovare prove rigorose che la deflazione causi recessioni economiche, piuttosto che esserne solo un sintomo, o che le politiche monetarie che combattono la deflazione stimolino la crescita. Sia in Cina che in Giappone è più probabile che la deflazione e la stagnazione economica siano causate da altri problemi, come il rapido invecchiamento della popolazione.

La confusione sulle cause e sugli effetti delle tendenze economiche può portare a risposte politiche fuorvianti e persino controproducenti. Prendiamo in considerazione i tagli ai tassi sui depositi a risparmio: l’idea è che ridurre il rendimento dei risparmi incoraggerà le famiglie cinesi a risparmiare meno e a spendere di più. Ma la maggior parte dei cinesi finirebbe solo per essere più povera. Se a ciò si aggiunge il calo del valore degli immobili (il principale veicolo di risparmio alternativo) e, lungi dallo spendere di più, le famiglie cinesi potrebbero essere motivate ad aumentare i propri risparmi. Potrebbero anche pensarci due volte prima di avere più figli, esacerbando l’aggravarsi della crisi demografica cinese.

Gli strumenti di risparmio

Un altro problema con le valutazioni della salute economica della Cina è che tendono a trattare la Cina come una “normale” economia moderna e presumono che gli strumenti politici familiari alle economie occidentali siano altrettanto utili. Ma questo ignora il fatto che la Cina abbia fondamentali molto diversi. La mancanza di strumenti di risparmio ne è un esempio. Un altro è la proprietà della terra: il 55% della superficie totale della Cina è agricola ed è direttamente controllata dai governi locali o affittata agli agricoltori. Anche l’edilizia urbana di proprietà privata non include il terreno su cui è costruita, che appartiene al governo locale ed è concessa in locazione al proprietario della casa.

Esistono anche altre restrizioni. Nella maggior parte dei paesi le persone possono scegliere dove vivere, in base a considerazioni come le opportunità di lavoro e le preferenze in termini di stile di vita. In Cina, i severi controlli interni sull’immigrazione rendono molto difficile per la maggior parte delle persone – ad eccezione delle più ricche e istruite – trasferirsi in un’altra parte del paese. In alcune zone di Shanghai le abitazioni possono essere vendute solo a cittadini cinesi con permessi di soggiorno locali nell’ambito del sistema di registrazione delle famiglie “hukou”.

Inoltre, mentre gli studenti nella maggior parte dei Paesi a medio e alto reddito possono scoprire gradualmente i loro talenti e interessi e decidere se iscriversi all’università dopo il liceo, gli studenti cinesi non si concedono questo lusso e devono investire e impegnarsi negli studi accademici molto prima nella vita a causa di un sistema educativo competitivo e centralizzato. Tali restrizioni – e molte altre – dettano la vita economica della gente comune cinese. Esse limitano inoltre la crescita aggregata del PIL, minando l’allocazione efficiente del capitale e del lavoro.

Piuttosto che utilizzare i “normali” strumenti politici, come i tassi di interesse e la spesa fiscale, per affrontare i bassi consumi o le pressioni deflazionistiche, la Cina avrebbe bisogno di riforme fondamentali che affrontino le questioni strutturali alla base di questi problemi. Consentire un’allocazione di terreni, denaro e lavoro più orientata al mercato darebbe a oltre un miliardo di persone la possibilità di essere più produttive e guadagnare di più. Ciò porterebbe a un aumento dei consumi e degli investimenti, a una maggiore fiducia e, soprattutto, a una migliore qualità della vita.

Tali riforme sarebbero molto complesse, il che sottolineerebbe la necessità di un’attenta progettazione e attuazione. Ma farle bene pagherebbe enormi dividendi. La Cina ha raggiunto una crescita notevole per decenni passando da un’economia di comando a un sistema quasi basato sul mercato. L’eliminazione dei lasciti dell’economia pianificata restrittiva potrebbe portare a un’altra ondata di crescita elevata.

Traduzione di Simona Polverino

Nancy Qian, docente di economia presso la Northwestern University, è co-direttrice del Global Poverty Research Lab della Northwestern University, nonché direttrice e fondatrice del China Econ Lab.

Copyright: Project Syndicate, 2024.

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