L’Eneide al tempo di Dante
di Claudio Giunta
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Immaginiamo di eliminare tutti i volgarizzamenti dal repertorio della letteratura italiana delle origini. Che cosa rimane, cioè come si ridefinisce, dopo questa sottrazione, quel repertorio?
Un simile esperimento presenta due difficoltà. La prima è chiarire cos’è un volgarizzamento. ’Testo tradotto dal latino o dal greco, o da un altro volgare’: è la definizione dei dizionari. Solo che il materiale che deve tenere presente lo storico della letteratura antica ha confini più sfrangiati. In primo luogo, «quasi tutto quello che ci è giunto di documenti e monumenti delle origini è in sostanza traduzione, sia che l’originale esista e ci sia noto, sia che si tratti soltanto di un modello mentale facilmente ricostruibile, come è per […] il Sao ko kelle terre italiano rispetto ai formulari giudiziari longobardi» (Folena, Volgarizzare e tradurre). In secondo luogo, ’volgarizzare’ poteva voler dire non veramente tradurre ma rielaborare, imitare, adattare un contenuto preesistente a un’altra lingua e a un altro contesto culturale (pensiamo, in campo scientifico, ai vari estratti in volgare dei Regimina sanitatis, o a Restoro d’Arezzo che saccheggia Alfragano). Se prendiamo ’volgarizzare’ in quest’accezione più ampia, è chiaro che questo materiale diciamo non originale rappresenta la gran parte della produzione scritta italiana delle origini, in qualsiasi genere, storiografia compresa. Come ha osservato Dionisotti, infatti, «un’inchiesta sulla cultura italiana di quell’età deve partire da un dato di fatto incontrovertibile […], che cioè quanto allora in Italia si sapeva della storia di Roma antica proveniva non da testi latini ma da testi francesi».
A quale pubblico si rivolgevano questi volgarizzamenti? Ai non letterati, certamente, cioè a chi non conosceva il latino abbastanza bene da muoversi a suo agio tra le pagine di Livio o di Boezio, al pubblico borghese che affiora talvolta nelle dediche di questi volgarizzamenti. L’Historia adversus Paganos di Orosio, per esempio, venne tradotta, si legge all’inizio del libro, «della grammatica in volgare per Bono Giamboni, giudice, ad istanza di messer Lamberto degli Abati di Firenze»; e il De re militari di Vegezio venne tradotto «ad istantia di messer Manetto de la Schala».
Abbiamo accennato, sin qui, alla prosa non alla poesia, e per una buona ragione. In una pagina famosa del Convivio, Dante osserva che tradurre poesia con poesia non si può, pena la perdita dell’originale «dolcezza e armonia»: «E pero sappia ciascuno che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può della sua loquela in altra transmutare sanza rompere tutta sua dolcezza e armonia. E questa e la cagione per che Omero non si muto di greco in latino, come l’altre scritture che avemo da loro». Difficile dire se questa fosse un’idea diffusa, ma è un fatto che le traduzioni della poesia sono rare e tarde, rispetto alle traduzioni della prosa; ed è un altro fatto che, quando si traduce poesia in un volgare italiano, lo si fa quasi sempre in prosa: così avviene nel corso del Trecento per l’Arte d’amare e per le Eroidi di Ovidio, per la Farsaglia di Lucano, per – e veniamo al punto che c’interessa – l’Eneide di Virgilio.
Nei primi decenni del Trecento, il senese Ciampolo di Meo Ugurgieri realizza il primo volgarizzamento integrale dell’Eneide. Non è l’unico, nel secolo, ma è l’unico integrale, e il migliore dal punto di vista della coscienza linguistica, del talento traduttorio. Fino ad oggi si leggeva questo libro imponente in una inaffidabilissima edizione ottocentesca, e in parte nell’antologia dei volgarizzamenti curata da Cesare Segre nel 1953. Ora esce una nuova edizione critica a cura di Claudio Lagomarsini, e sono rari i casi in cui il lavoro filologico, nel passaggio dall’edizione antica a quella moderna, ha prodotto un simile incremento di conoscenza. Molte delle pagine che si scrivono e si pubblicano sul Medioevo sono irrilevanti: o perché ripetono in un’altra salsa cose che si sanno già o perché si aggirano intorno a problemi di nessun vero interesse culturale. Qui non c’è né l’una né l’altra remora: il primo volgarizzamento dell’Eneide ha un grande interesse culturale; e ciò che se ne sapeva prima è niente rispetto a ciò che se ne sa ora grazie al lavoro di Lagomarsini.

