Piano casa, stretta anti furbetti. Dati al Fisco e stop ai benefici
di Giuseppe Latour e Giovanni Parente
di Gregory Alegi *
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Un fiume di parole, più comizio elettorale che comunicazione istituzionale. Si può descrivere così il discorso di oltre cento minuti tenuto da Donald Trump nell’aula della Camera dei Rappresentanti, poco lontano dalla rotonda dove un mese e mezzo fa aveva prestato giuramento per il secondo mandato presidenziale. Un intervento inconsueto: è raro che i presidenti arringhino il Congresso senza un tema specifico, né si trattava del periodico discorso sullo stato dell’Unione imposto dalla Costituzione ma che nessuno tiene all’inizio del mandato. Per tradizione, quel discorso si tiene a partire dalla fine del primo anno di mandato. Troppo presto, dunque, soprattutto a fronte del limitato contenuto innovativo.
Contrariamente agli annunci dei giorni precedenti, dietro i toni forti, dietro la determinazione a proseguire sulla strada dei primi 44 giorni, dietro il record di durata stavano i soliti temi: un misto di promesse, attacchi, slogan non sempre legati all’attualità. L’elenco comprende i dazi, i tagli al settore pubblico affidati a Elon Musk e al suo Doge, i pericolosi migranti, l’Ucraina, il desiderio di annettersi il Canada e la Groenlandia. Persino il disprezzo per Joe Biden, l’unico ad averlo battuto alle elezioni, liquidato come il «peggior presidente di sempre». Una sorta di libro dei sogni, che non ha affrontato alcuno dei temi sostanziali emersi in queste settimane, dal dilettantismo dei tagli alla dubbia costituzionalità di alcuni provvedimenti, come la Corte Suprema gli ha ricordato poche ore dopo ponendo paletti alla possibilità di tagli indiscriminati.
Ma se il discorso più lungo dal 1964 conteneva poche novità, perché farlo?
Una prima chiave di lettura è la campagna elettorale permanente.
La durata biennale della Camera dei Rappresentanti significa che tra poco più di un anno partirà la campagna per le elezioni di midterm del novembre 2026.