Il discorso sullo stato dell’Unione

L’Età dell’oro che ha il sapore dell’ottone

Un comizio di due ore. Nessun presidente tiene il primo discorso sullo stato dell’Unione a inizio mandato. Di solito avviene dopo il primo anno

di Gregory Alegi *

U.S. President Donald Trump gestures during a speech to a joint session of Congress, in the House Chamber of the U.S. Capitol in Washington, D.C., U.S., March 4, 2025. REUTERS/Kevin Lamarque

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Un fiume di parole, più comizio elettorale che comunicazione istituzionale. Si può descrivere così il discorso di oltre cento minuti tenuto da Donald Trump nell’aula della Camera dei Rappresentanti, poco lontano dalla rotonda dove un mese e mezzo fa aveva prestato giuramento per il secondo mandato presidenziale. Un intervento inconsueto: è raro che i presidenti arringhino il Congresso senza un tema specifico, né si trattava del periodico discorso sullo stato dell’Unione imposto dalla Costituzione ma che nessuno tiene all’inizio del mandato. Per tradizione, quel discorso si tiene a partire dalla fine del primo anno di mandato. Troppo presto, dunque, soprattutto a fronte del limitato contenuto innovativo.

Contrariamente agli annunci dei giorni precedenti, dietro i toni forti, dietro la determinazione a proseguire sulla strada dei primi 44 giorni, dietro il record di durata stavano i soliti temi: un misto di promesse, attacchi, slogan non sempre legati all’attualità. L’elenco comprende i dazi, i tagli al settore pubblico affidati a Elon Musk e al suo Doge, i pericolosi migranti, l’Ucraina, il desiderio di annettersi il Canada e la Groenlandia. Persino il disprezzo per Joe Biden, l’unico ad averlo battuto alle elezioni, liquidato come il «peggior presidente di sempre». Una sorta di libro dei sogni, che non ha affrontato alcuno dei temi sostanziali emersi in queste settimane, dal dilettantismo dei tagli alla dubbia costituzionalità di alcuni provvedimenti, come la Corte Suprema gli ha ricordato poche ore dopo ponendo paletti alla possibilità di tagli indiscriminati.

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Ma se il discorso più lungo dal 1964 conteneva poche novità, perché farlo?

Una prima chiave di lettura è la campagna elettorale permanente.

La durata biennale della Camera dei Rappresentanti significa che tra poco più di un anno partirà la campagna per le elezioni di midterm del novembre 2026.

Di qui la necessità di rinsaldare un elettorato disorientato dal costo sociale di molte iniziative del governo Trump, tanto che ai repubblicani nelle zone rurali è stato suggerito di non tenere assemblee pubbliche per evitare contestazioni dagli agricoltori scontenti.

Una seconda chiave è la risposta alle critiche dentro e fuori dagli Stati Uniti. Per carattere, Trump non è portato al compromesso.

Quando si sente sotto attacco, rilancia. In quest’ottica, l’aggressività serve a mascherare la debolezza. Dietro il discorso vi sarebbero dunque stati la figuraccia rimediata in diretta con il presidente ucraino Zelensky, il brusco calo della Borsa di fronte all’entrata in vigore dei dazi, persino il discutibile video sul “Trump Gaza” diffuso su TikTok e mille altre critiche.

Un’altra possibilità è la conferma di uno stile che scavalca le articolazioni intermedie, ed in primo luogo la stampa, per rivolgersi direttamente ai cittadini.

Proprio per questo, l’opposizione democratica, che in queste settimane ha brillato per l’incapacità di articolare un’alternativa complessiva, ha sfruttato la diretta per rimarcare la propria distanza. Molti deputati hanno indossato magliette con messaggi di protesta, altri hanno alzato cartelli, alcuni sono usciti prima di essere espulsi. Il deputato Al Green, che ha urlato slogan contro il presidente, è stato rimosso dai commessi. La risposta ufficiale, affidata alla senatrice Elissa Slotkin, rigorosamente fuori dall’aula, è durata appena dieci minuti, soffermandosi sui timori di taglio della previdenza sociale e sulla costante crescita dei prezzi.

Tutto inutile: il pubblico televisivo, in gran parte repubblicano, ha in genere apprezzato il discorso di Trump, che dal canto proprio ha minimizzato, sottolineando come i democratici rifiutino di sentirsi rappresentati da lui.

Non hanno funzionato neppure le promesse di «costruire la più alta qualità della vita, le più sicure e più ricche e salubri e più vitali comunità di tutto il mondo».

Persino l’annuncio di «conquistare le vaste frontiere della scienza» e «guidare l’umanità nello spazio e piantare la bandiera americana sul pianeta Marte e anche ben oltre» non è parso riecheggiare la «nuova frontiera» di Kennedy ma solo un artificio retorico, legato ai sogni del cripto-presidente Musk, seduto in galleria.

Poche ore dopo, è giunto l’annuncio del rinvio di un mese dei dazi sulle importazioni automobilistiche da Canada e Messico, probabilmente in risposta alle proteste dell’industria americana. Se Trump ha detto che «L’età dell’oro dell’America è appena iniziata», il sapore è quello dell’ottone.

* Professore di Storia e politica Usa, Luiss © RIPRODUZIONE RISERVATA.

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