L’incanto è il mio mestiere
di Marina Mojana
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Per chi scrive di mercato dell’arte lei è un giacimento culturale vivente, al quale attingere informazioni e ricordi a piene mani. Dopo 37 anni passati a comunicare aste e record - dapprima come Responsabile stampa nella Finarte di Casimiro Porro (1985-1991) e poi come Director press & communications di Sotheby’s Italia (1991-2020) - Wanda Tarpino Rotelli è passata dall’altra parte della cornetta. Oggi scrive per alcune testate online ed è professore a contratto all’Università IULM Milano, dove insegna Strategie delle case d’asta.
Incontrarla ai suoi esordi, con i capelli biondi a caschetto, la carnagione pallida e un inglese perfetto, non si sarebbe detto che arrivava da Ivrea.
Suo padre, Emilio A. Tarpino, fu l’architetto che tra il 1951 e il 1968 diresse l’Ufficio Consulenza case dipendenti Olivetti di Ivrea, un progetto curato direttamente dall’ingegnere Adriano Olivetti. «Il lavoro di mio papà e del gruppo di persone dell’Uccd, con i circa 300 progetti eseguiti - spiega Wanda - segnò il volto della città e del suo hinterland». Oggi quelle case testimoniano il nesso tra spazio e società e condividono a pieno titolo, con il corpus più grande e ormai mitologico dell’architettura olivettiana, il fregio di Sito Unesco - Ivrea Città industriale del XX secolo.
«In famiglia e in azienda si respirava cultura. Ogni estate, ad agosto, mi mandavano a lavorare a Londra; non avevo ancora vent’anni e per un mese diventavo l’assistente degli impiegati della British Olivetti. Ricordo che nel 1970 trascorsi un fine settimana esaltante sull’isola di Wight, c’era il festival di musica rock e si cantava Peace and Love».
Fin da bambina è sensibile alla pittura e in modo speciale alle immagini quattrocentesche di Martino Spanzotti, che vede affrescate nella chiesa di San Bernardino d’Ivrea. «Fu un colpo di fulmine - ricorda - ma anche di spavento; la figura dell’armigero nero riprodotto sulla copertina del libro di Giovanni Testori, edito nel 1958 nei “Quaderni d’Arte” del Centro Culturale Olivetti, mi attraeva e respingeva nello stesso tempo».

