Piano casa, stretta anti furbetti. Dati al Fisco e stop ai benefici
di Giuseppe Latour e Giovanni Parente
di Gianluca Di Donfrancesco
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L’ India è responsabile del 7% delle emissioni globali di anidride carbonica: la superano solo le prime due economie del mondo, Cina e Stati Uniti (scivola al quarto posto se si considera l’Unione Europea come un blocco unico). In vista della Cop26 di Glasgow, ci si aspetta allora molto dal Subcontinente, con la sua forte dipendenza dal carbone e una domanda di energia in rapida crescita. Secondo il think tank indipendente Council on Energy, Environment and Water di New Delhi, per l’India, è il 2070 la data più probabile per arrivare a zero emissioni nette di CO2.
Negli ultimi mesi, l’inviato speciale degli Stati Uniti sul clima, John Kerry, ha intensificato i contatti con il Governo di Narendra Modi per convincerlo a prendere impegni più audaci. Gli Stati Uniti sarebbero pronti a fornire assistenza tecnologica ed economica: «Siamo disposti ad aiutare in qualsiasi modo possibile», ha dichiarato Kerry a più riprese. Portare a bordo New Delhi, lascerebbe la Cina più isolata sul fronte della diplomazia ambientale. L’India ha però urgenti esigenze di sviluppo e una posizione negoziale determinata.
Tanto per cominciare, il Governo indiano non accetta la quantità assoluta di emissioni di CO2 come metro per separare i ”buoni” dai “cattivi” e insiste perché si prendano in considerazione i volumi storicamente generati, i differenti stadi dello sviluppo industriale in cui si trovano le economie emergenti e quelle avanzate, l’ammontare di anidride carbonica immessa nell’atmosfera in rapporto al Pil o alla popolazione (l’India ha quasi 1,4 miliardi di abitanti).
Ognuno di questi parametri, relativizza l’inquinamento attribuibile al Subcontinente. In termini pro-capite, le emissioni indiane sono meno della metà della media mondiale. In relazione al Pil, i livelli sono analoghi a quelli Usa. New Delhi si sente però in genere rispondere che, nel caso dei gas serra, sono proprio i volumi complessivi a fare la differenza.
Il suo attuale «Nationally determined contribution», il piano di riduzione delle emissioni che i Paesi sono chiamati a depositare all’Onu, risale al 2015. Il consumo di energia del Paese è raddoppiato dal 2000, «con l’80% della domanda ancora soddisfatta da carbone, petrolio e biomasse», soprattutto legna da ardere, «usata per cucinare da 660 milioni di persone», come scrive l’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) nel suo Outlook 2021.