Prezzi al consumo e mercati

L’inflazione Usa cala? Ecco perché le Borse non hanno festeggiato

Il costo della vita negli Usa scende al minimo da 2 anni sotto il 5%, ma i listini non si scaldano. I motivi vanno cercati in una domanda: questo dato cambierà la politica Fed? Ecco le risposte

di Morya Longo

(Ansa)

3' min read

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La domanda che sul mercato tutti si pongono, pur dando risposte diverse con 100 sfumature di grigio, è molto semplice: il dato uscito mercoledì 10 maggio pomeriggio sull’inflazione statunitense (calata ad aprile al 4,9% un filo sotto le attese) è positivo per i mercati azionari oppure no?

Cambia qualcosa per la Federal Reserve? A questa domanda i mercati finanziari sembrano dapprima aver risposto affermativamente (tanto che in concomitanza del dato statunitense alle 14,30 i listini europei hanno recuperato terreno), poi hanno calmato gli animi. Così alla fine la risposta che arriva dalle loro performance sembra essere neutrale: il dato sull’inflazione statunitense è lievemente positivo, ma non tanto da cambiare lo scenario futuro.

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Borse senza brio

Così la Borsa di Milano alla fine ha chiuso in calo dello 0,43%, come quelle di Parigi (-0,49%) e di Francoforte (-0,37%). Deboli anche i listini statunitensi. E mentre i rendimenti dei titoli di Stato sono calati sia in Europa (il BTp decennale è sceso da 4,28% a 4,21% con lo spread sul Bund limato a 192 punti base) sia negli Usa, l’euro è lievemente risalito sul dollaro pur stando sotto quota 1,10. Insomma: nulla di che. Perché, probabilmente, nulla di che è arrivato dal tanto atteso dato sull’inflazione americana.

Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?

Se si guardano i commenti che ieri giravano sul mercato, si notano davvero tante diverse sfumature. C’è chi, come Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di IG Italia, vede il bicchiere mezzo pieno: dal dato sull’inflazione non è arrivata alcune sorpresa negativa - osserva - e dunque la Fed potrebbe fare una pausa nel processo di rialzo dei tassi di interesse.

Il bicchiere mezzo vuoto è descritto invece dagli analisti di Commerzbank: «Sebbene il picco massimo del costo della vita Usa sia alle spalle - osservano -, l’inflazione sta calando troppo lentamente. Il problema non è risolto, per cui le aspettative del mercato su possibili tagli dei tassi da parte della Fed nel breve termine sono fuori luogo».

La sintesi tra le due posizioni forse la offre Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte: «Questo dato non costringe la Fed ad alzare ancora i tassi d’interesse a giugno o a luglio, ma non la spinge neppure a tagliarli di 100 punti base entro fine anno come il mercato si aspetta».

Le aspettative dei mercati: sogno o realtà? 

Questo è il punto. Il mercato, che teme sempre sorprese negative e inflazione in rialzo, mercoledì ha evitato il peggio.

Ma la non-notizia è solo in parte una buona notizia. Perché è vero che l’inflazione statunitense è scesa ai minimi da 2 anni e che dal picco toccato a giugno 2022 al 9,1% la discesa è stata consistente, ma è anche vero che l’inflazione “core” (quella depurata di energia e alimentari) resta elevata al 5,5% ed è altrettanto vero che questi livelli sono ben sopra l’obiettivo della Fed del 2%.

Eppure allo stato attuale le aspettative del mercato (calcolate attraverso i futures sui tassi) sono molto aggressive: la scommessa è che il rialzo dei tassi al 5,25% di settimana scorsa da parte della Fed sia l’ultimo e che entro fine anno la banca centrale Usa taglierà il costo del denaro anche di un punto percentuale pieno.

Scenario che sarebbe coerente solo con una forte recessione, in grado di uccidere finalmente l’inflazione e di allentare la smania della Fed di tenere i tassi elevati. Ma sarà così? Molto dipenderà da quanto ridurranno il credito le banche medie Usa.

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  • Morya Longo

    Morya LongoVicecaposervizio

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, inglese

    Argomenti: Finanza, mercati azionari e obbligazionari

    Premi: Vincitore del premio State Street 2018 – Giornalista dell’anno, autore del miglior scoop

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