Il Graffio del lunedì

L’Inter allunga battendo (2-0) anche l’Atalanta. Nuova frenata del Napoli

(ANSA/MICHELE MARAVIGLIA)

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Segniamolo bene in agenda. Qualcosa di importante è successo. Come vogliamo chiamarlo? Strappo? Primo vero allungo nella corsa allo scudetto?

Le definizioni lasciano il tempo che trovano, però una cosa è chiara: questa vittoria (0-2) dell’Inter a Bergamo, ottenuta con un colpo di testa di Carlos Augusto (54’) e un guizzo di Lautaro sul filo di lana, avrà un peso enorme per il finale di questo campionato. E non solo matematico, che è importante, ma anche psicologico, che forse lo è ancora di più.

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A nove giornate dalla fine, prima della sosta per la nazionale (giovedì 20 e domenica 23 marzo doppia sfida con la Germania), l’Inter è prima (64) con tre punti di vantaggio sul Napoli (frenato dal Venezia) e sei sull’Atalanta, sconfitta per l’ottava volta consecutiva da Inzaghi, bestia nera di Gasperini.

Questo non significa che l’Inter ha già lo scudetto in tasca, visto che poi avrà molti più impegni delle due rivali, però che sia un bel muro portante nella costruzione del titolo lo possiamo tranquillamente dire. Al di là degli episodi, e dell’espulsione di Ederson (doppio cartellino per proteste), la capolista ha dimostrato ancora una volta - proprio nello scontro diretto - di avere qualcosa in più dell’Atalanta, squadra molto aggressiva e prolifica ma che con l’Inter va sempre in tilt, come se ci fosse qualcosa che geneticamente fa male alla creatura di Gasperini. Non a caso nelle ultime tre sfide con Inzaghi ha incassato 10 gol senza mai farne uno.

Questo era uno snodo quasi decisivo, davanti ai proprio tifosi, eppure la Dea non è mai stata in partita lasciando fin dall’inizio l’iniziativa (palo di Thuram all’8’) agli avversari. Timorosa di essere colpita in contropiede, arma letale di Inzaghi, l’Atalanta si è snaturata rimanendo in un opaco limbo di attesa. Da ricordare solo una magnifica deviazione di testa Pasalic (19’) ben neutralizzata da Sommer.

Poi quasi nulla, solo schermaglie sterili. Proprio questa volta dove l’istinto e il coraggio dei bergamaschi - che di solito non temono nessuno - sarebbero serviti come acqua nel deserto.

Invece l’Inter, più fredda e attrezzata, ha colpito nella ripresa sugli sviluppi di un calcio d’angolo battuto da Calhanoglu e deviato in rete da Carlos Augusto completamente indisturbato. Da notare che prima che il corner fosse battuto c’è stata una sospensione di almeno cinque minuti per un problema in tribuna. Quando l’Atalanta si è risvegliata era ormai troppo tardi. Rimasta in 10 per la sciocca espulsione di Ederson (applauso all’arbitro), poco ha potuto contro la barriera interista che in extremis ha pure mandato in gol Lautaro, al suo undicesimo centro stagionale. “Abbiamo concesso pochissimo a una squadra che finora ha segnato 63 gol…” ha precisato Inzaghi evitando però qualsiasi allusione allo scudetto nella giornata in cui l’Atalanta va al tappeto e i partenopei non brillano.

Conte s’ingolfa in un altro pareggio.

Già e il Napoli? Mah, un’altra brutta frenata. Col Venezia (0-0) la squadra di Conte butta via un’altra ghiotta occasione per stare al passo con l’Inter. Il Venezia si difende come deve difendersi una squadra che lotta per la salvezza, ma il Napoli fa poco per superare l’ostacolo. Dopo aver sprecato un sacco di occasioni nel primo tempo - grazie anche alle ottime parata di Radu, ex Inter - nella ripresa i partenopei si sono sgonfiati permettendo al Venezia di avvicinarsi pericolosamente alla porta di Meret.

E’ da febbraio che il Napoli non decolla.

Se non si sveglia, son guai. Lo scudetto non sta ad aspettarlo. “Abbiamo avuto un sacco di occasioni, però mi fa rabbia che nel finale, in contropiede, abbiamo rischiato di perdere” precisa Conte piuttosto amareggiato. Va detto che anche lui sembra aver perso il tocco magico. Il Napoli ha dei cali inspiegabili soprattutto nella ripresa. Testa? Gambe? Di sicuro qualcosa non va. Conte non è incisivo neppure nei cambi, che arrivano quasi sempre in ritardo.

Bologna stellare vola al quarto posto. Va invece a tutto gas la squadra di Vincenzo Italiano che travolge (5-0) una Lazio quasi irriconoscibile, forse troppo stanca (settima partita in 20 giorni) e con diversi giocatori non al top. Gli emiliani schizzano così al quarto posto (53 punti) centrando la sesta vittoria in otto partite e superando la Juve ora quinta. Sotto di un gol già nel primo tempo, la Lazio si è dissolta nella ripresa lasciando i rossoblù liberi di imperversare. Di Odgaard il primo gol, Orsolini, Ndoye, Castro e Fabbian hanno completato la festa. Un Bologna stellare, vera rivelazione di questo campionato, che sembra non porsi più limiti. Diciamo la verità: sei mesi fa nessuno ci avrebbe scommesso. Merito di Vincenzo Italiano bravo a rimettere sui binari un gruppo considerato ormai al tramonto.

Nuovo tracollo della Juve. Un’altra domenica da incubo per Thiago Motta sempre sulla graticola. Dopo la batosta casalinga con l’Atalanta, i bianconeri deragliano anche a Firenze (3-0, gol di Gosens al 15’, di Mandragora al 18’, di Gudmunsson al 53’) slittando alle spalle del Bologna. Mentre i viola di Palladino salgono a cinque punti dalla Champions.

Che dire?

Non per infierire, ma la squadra di Motta, sempre all’angolo, non ha mai dato segni di vita. “Sento la fiducia della società” aveva detto Motta per sopire le inquietudini intorno alla sua panchina. In realtà la fiducia si guadagna coi fatti, e qui l’unico fatto evidente è che la Juventus, nonostante i rimescolamenti di Motta, non riesce a frenare una caduta che sta diventando una picchiata. A parte il gioco (ormai una chimera), quello che manca è la reazione. Non c’è anima, non c’è gruppo. Una deriva psicologica peggiore perfino dei risultati. Il bilancio fa paura: l’eliminazione in Champions e in Coppa Italia con l’Empoli potevano essere messe in stand by se in campionato ci fosse stato un colpo di coda significativo. A Motta, nonostante una apprezzabile compagna acquisti, non si chiedeva lo scudetto, ma un segnale di vita, una ripartenza, un progetto a cui dare corpo. Che fare adesso? Tornare alla restaurazione con allenatori già collaudati? Lanciarsi in una nuova avventura? Il direttore tecnico, Giuntoli, conferma Motta (“Avanti con lui, la Champions è ancora possibile…”) ma è chiaramente una dichiarazione d’obbligo. Anche perché i la Juve le ha tentate tutte passando da Sarri a Pirlo, da Allegri a Motta. Tutti bruciati, o quasi. Da cinque anni zero titoli. Sempre colpa degli allenatori? Il pesce puzza dalla testa, dicono i vecchi. Che spesso ci azzeccano.

La Roma rialza la testa. Dopo l’eliminazione dall’Europa League, la squadra di Ranieri ritrova il guizzo vincente superando il Cagliari (1-0) grazie nella ripresa a una rete dell’ucraino Dovbyk. Non una bella vittoria, anzi, ma comunque quel che ci voleva per conquistare il 13esimo risultato utile consecutivo, superare il Milan al settimo posto e portarsi a -2 dalla Lazio travolta dal Bologna. Dopo tante polemiche, Ranieri riesce a rimettere i giallorossi in sicurezza nonostante la buona prova del Cagliari che non avrebbe demeritato il pareggio. Solo un neo per la Roma: l’infortunio di Dybala a un flessore. Ranieri incrocia le dita.

Milan, che incubo! Ormai chi incontra i rossoneri è meglio che non vada subito in vantaggio. In quel caso infatti, per un effetto che ha del soprannaturale, il Diavolo improvvisamente si sveglia e ribalta partite ormai perse. Quello del Milan ormai è un format che i tifosi rossoneri, ormai esasperati, non sopportano più.

Meglio vincere così che continuare a perdere, certo, ma il primo tempo con il Como a San Siro è stato un incubo quasi inimmaginabile.

Invece era davvero reale. Sotto di un gol, e graziato dal Var per un fuorigioco millimetrico che avrebbe portato al raddoppio i comaschi, il Diavolo alla fine si è svegliato come se un mago, con una formula magia, avesse rotto il sortilegio. Poi con Pulisc e Reijnders il Milan ha rovesciato il risultato. Ma così, grazie a pochi guizzi individuali .

Gioco? Zero. Possesso palla? Zero. Pressing? Zero. Ma perchè? Com’è possibile? Prima con Fonseca, adesso con Conceicao, sempre la stessa zuppa. Possibile che la difesa sia così fragile? E la squadra senz’anima? Colpa degli allenatori? E la società? E’ da un mese che sta facendo il casting per il nuovo direttore sportivo: che cosa aspetta a trovarlo? La fine del campionato? Si dice che la contestazione dei tifosi indebolisca ulteriormente la squadra. D’accordo, è vero, ma qualcuno in società ha dato delle risposte (e lasciamo perdere Ibrahimovic che in qualsiasi azienda sarebbe già stato licenziato)?

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