Affari e calcio

L’Inter, la parabola di Suning e la ri-nazionalizzazione dell’economia cinese

La crisi di Suning e l'impatto sulla proprietà dell'Inter: la parabola di un'azienda cinese e le implicazioni per l'economia nazionale

di Marco Bellinazzo

6' min read

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Nella parabola della famiglia Zhang, ex proprietaria dell’Inter, si aggiunge un nuovo capitolo. Dalla Cina è da poco arrivata la notizia che tre holding riconducibili a Zhang Jindong, fino a un lustro fa uno degli uomini più potenti del paese, molto vicino al presidente Xi Jinping e regolarmente invitato al Congresso nazionale del Popolo, hanno avviato una procedura di crisi aziendale finalizzata alla ristrutturazione dei debiti.

Il 7 febbraio scorso, il National Enterprise Bankruptcy Reorganization Case Information Network ha annunciato che la Corte Centrale di Nanchino il 26 gennaio 2025 ha accettato la richiesta di riorganizzazione fallimentare da parte di Suning Appliance Group, Suning Holdings Group e Suning Real Estate Group e che nelle prossime settimane andranno in scena i primi incontri con i creditori.

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In particolare, si tratta di due holding attraverso cui Zhang Jindong controlla una piccola percentuale in Suning.com - Suning Appliance Group (1,4%) e Suning Holdings Group (2,75%) - mentre Zhang controlla direttamente il 17,7% di Suning.com. Inoltre, Suning Holdings Group è nella catena societaria attraverso cui la famiglia Zhang controllava circa il 70% del club nerazzurro.

Suning.com

Suning.com è la principale società del gruppo Suning e della galassia degli Zhang. Oggi il maggiore azionista è Taobao che detiene il 20%. Altri azionisti di primo livello sono il fondo statale Jiangsu Xinxin Retail Innovation Fund Phase II che detiene il 17% e Jiangsu Xinxin Retail Innovation Fund che ha in portafoglio il 5,6%.

Suning.com, dopo alcuni anni di profonda crisi, nel 2023, a fronte di un perdurante calo del fatturato ha visto ridursi le perdite. La società ha registrato, in effetti, ricavi pari a circa 8 miliardi di euro (nel 2022 erano pari a 9,4 miliardi di euro, nel 2021 a 18,3 miliardi e nel 2020 a 33 miliardi) con una perdita netta di 525 milioni rispetto ai 2,1 miliardi del 2022 e ai 5,5 miliardi del 2021.

«Escludendo l’impatto della svalutazione dell’avviamento, delle perdite sugli investimenti delle società collegate, dello storno delle imposte sul reddito differite, della svalutazione dei beni accantonati e delle spese una tantum dovute alla interruzione delle attività operative rilevanti - si legge nel bilancio - la perdita netta della società nel 2023 sarebbe di 131 milioni di euro».

L’epoca d’oro

E pensare che all’inizio degli anni Dieci la crescita di Suning, fondata nel 1990, sembrava inarrestabile. Nel 2020, Suning Holdings Group si classificava al secondo posto tra le prime 500 imprese non statali in Cina con un fatturato annuo di 665,259 miliardi di RMB (97 miliardi di dollari) ed era al primo posto in Cina nella categoria della vendita al dettaglio su Internet. Suning.com, la principale consociata, dal 2017 al 2020 è stata inserita nella classifica Fortune Global 500. La famiglia Zhang, che aveva costruito un impero con una catena di prodotti per la casa con oltre 1.600 punti vendita in tutto il Paese, in quegli anni era altresì impegnata in una campagna di espansione in altri settori, ramificandosi in un network di aziende specializzate nel comparto finanziario (Suning Financial Services, Suning Bank e Suning Consumer Finance), immobiliare/commerciale e nel business sportivo (Suning Sports).

Il calcio cinese

Il presidente Xi Jingping del resto aveva appena benedetto la corsa della Cina e dei suoi imprenditori “privati” negli investimenti calcistici, con il sogno dichiarato di organizzare i Mondiali del 2030, persuaso di poter favorire in questa maniera la raccolta di capitali e consenso intorno al progetto della Nuova Via della Seta annunciato nel 2013. E nell’aprile del 2016, la Commissione nazionale per la riforma e lo sviluppo dava organicità a questo percorso pubblicando il “Piano di sviluppo di medio e lungo termine del calcio cinese (2016-2050)”. Un vero e proprio manifesto che Zhang Jindong e altri imprenditori prendevano alla lettera.

Nell’estate 2016 Zhang rileva l’Inter investendo nei primi tre anni nel club nerazzurro a vario titolo, tra acquisto, iniezioni di capitale, prestiti soci e sponsorizzazioni circa 800 milioni. Proprietario in patria dello Jiangsu, Suning investe anche nel settore dei media sportivi con il network Pptv che si assicura nel novembre 2016 l’esclusiva dei diritti di trasmissione della Premier League per 700 milioni di dollari.

Le alleanze

La scalata al potere, amplificata dal calcio, di Zhang pare inarrestabile in quel periodo, così come quella di altri imprenditori privati cinesi. Il Suning Jangsu contende (riuscirà a strapparglielo nel 2020) il titolo della Chinese Super league all’Evergrande Guangzhou di Hui Ka Yan, l’uomo più ricco del Paese, 22 miliardi di dollari di patrimonio secondo Forbes, a capo dell’omonimo colosso immobiliare Evergrande. Nell’Evergrande Football club è presente dal 2014 anche Jack Ma, il patron di Alibaba, con una partecipazione del 50%.

Affari e pallone vanno a braccetto anche nel gigante asiatico. I rapporti tra gli uomini forti dell’economia cinese sono strettissimi al punto che nel 2017 Zhang anticipa ad Evergrande capitali per 2,6 miliardi di euro (un prestito mai restituito e sepolto dalla montagna di debiti di Evergrande accumulati per la crisi del settore immobiliare e del real estate in Cina). Nel 2019 si parla anche di una sponsorizzazione di Evergrande verso l’Inter che tuttavia non si materializza.

Il controllo sull’economia

La forza, la popolarità in patria e il prestigio acquisito anche all’estero da questi imprenditori rampanti, sono tra le ragioni che inducono al dietrofront di Xi Jinping sugli investimenti nel calcio varata nel 2019. La Cina vive in quel momento una fase economicamente delicata e il Partito comunista cinese non può accettare lo sperpero di denaro legato alle spese folli fatte all’estero e nel campionato nazionale. Più in generale, si assiste a una stretta sugli investimenti esteri in molti ambiti giudicati non più strategici. Stretta motivata da ragioni monetarie, dal rischio riciclaggio, come pure da una rinnovata volontà di rinsaldare il controllo dello Stato/Partito comunista sull’economia. Il tema del XX Congresso Nazionale del Popolo del 2022, è emblematico del nuovo corso: «Holding cinesi protagoniste di uno sviluppo ordinato dell’economia».

Per evitare i contraccolpi sociali delle crisi dell’economia liberalizzata Pechino intende riprendere il controllo sulle Big tech - Alibaba, Tencent, Meituan, JD.com, Didi - quotate all’estero e risanare le aziende private indebitate. Chi si ribella è fuori. Come Jack Ma e la sua Alibaba sottoposta nel 2021 a una profonda ristrutturazione che assomiglia parecchio a una ri-nazionalizzazione.

La crisi di Suning

Quella Alibaba che nel 2021 è già corsa in aiuto di Suning, la cui crisi in Occidente si avverte per la prima volta nel 2020 quando PPTV non versa due rate dei diritti tv alla Premier, dopo lo stop del campionato per la pandemia (e viene poi condannata da una Corte inglese a pagare integralmente la cifra, 190 milioni di euro).

Proprio la pandemia, insieme a al mutato atteggiamento del Partito comunista verso gli imprenditori privati e i loro debiti contratti per manie di espansione o molto più spesso per assecondare le richieste della politica, rappresenta uno spartiacque nella vicenda di Suning, e non solo.

Il Gruppo Suning si incunea in una crisi di liquidità sempre più grave. L’agenzia di rating Standard & Poor’s stima a fine 2020 il debito a oltre 6,6 miliardi di dollari. Per rispondere alla sfida lanciata dai concorrenti specializzati negli acquisti online ha cercato, come visto, di espandersi in altri settori industriali, ma anche di diventare ancora più pervasiva nel mercato interno, acquistando nel 2019 una quota rilevante di China Unicorn e pochi mesi prima che scoppiasse la pandemia l’80% di Carrefour China (in questo caso su pressione del governo). Una manovra fatta nel momento peggiore, perchè Suning resta intrappolata nella stagnazione dei consumi. Anzichè crescere i ricavi del Gruppo si riducono, così come i margini, e il peso degli oneri finanziari fa il resto appesantendo i bilanci.

Nel 2021 si assiste perciò a un un riassetto del gruppo Suning. Il fondatore Zhang Jindong - non più nelle grazie di Xi Jinping - si vede mettere molti asset del suo patrimonio sotto sequestro giudiziario per un triennio e deve dimettersi dalla presidenza. In particolare, diventano soci di Suning un fondo del governo locale cinese (provincia di Jiangsu), Alibaba (circa 20%), Xiaomi (smartphone) e Haier (elettrodomestici). Il Financial Times parla di una operazione da 1,4 miliardi di dollari.

Nello stesso periodo, sul fronte calcistico, viene dismesso lo Jiangsu Suning che cessa ufficialmente tutte le attività sportive nel marzo del 2021, e vengono parallelamente interrotti i finanziamenti all’Inter. Nel maggio 2021 viene siglato in cambio del pegno sul club nerazzurro il prestito da 275 milioni con il fondo Oaktree, la cui scadenza nel maggio 2024 non verrà rispettata portando al subentro nella proprietà.

Nel frattempo, Steven Zhang subisce l’onta di non poter rientrare in Italia neppure per celebrare la vittoria del 20º scudetto dell’Inter, quello della seconda stella che lo ha reso il presidente più vincente della storia del club dopo la famiglia Moratti, inseguito da una sentenza del 16 settembre 2022 della Corte Suprema di Hong Kong che lo obbliga a restituire 320 milioni alla China Construction Bank, istituto controllato dallo Stato.

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