Le sfilate di Milano /3

L’istinto romantico e ruvido di Prada, la poesia malinconica di Magliano

Miuccia Prada e Raf Simons parlano di scelte viscerali e spontanee, la passeggiata sul lungomare invernale di Luca Magliano, il ben vestire contemporaneo di Dunhill

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Un labirinto a più livelli - cantiere? club underground? ritrovo improvvisato? - fatto di un intrico di tubi innocenti, poggiato su un tappeto color lapislazzuli dal pattern a mezzo tra Art Nouveau e Art Déco, disegnato dalla costumista Catherine Martin. Un luogo-non luogo, nel quale, in una atmosfera sospesa e ansiogena da film di David Lynch, si muove una banda di ragazzi selvaggi vestiti di eskimo e vestagliette, di pelli da cavernicolo e suit da bancario, alcuni con il piumino, altri con il pigiama, o la tshirt stretta stretta a fiori sbiaditi e i jeans a sigaretta, accomunati però tutti dagli stivali da cowboy ai piedi: la sfilata di Prada è un accumulo di contrasti, dal tono ruvido e, in qualche modo, seccamente romantico.

Prada, la collezione per l’AI 25-26

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Se lo stile come collage più o meno narrativo di elementi incongrui, persino disparati, è uno dei più solidi tropi pradeschi, sono gli stivali a segnare un nuovo passo e a far deviare la narrazione su territori diversi: più viscerali, di certo; perigliosi e spudorati, magari; meno cerebrali, probabilmente; non più dada ma William Burroughs, lo scrittore statunitense dall’eloquio allucinato il cui romanzo The Wild Boys potrebbe essere appropriata lettura a margine. I direttori creativi Miuccia Prada e Raf Simons parlano all’unisono di scelte viscerali e spontanee, invece che calcolate.

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In tempi algoritmici di pensiero artificiale, i due riscoprono l’istinto, consapevoli, dice la signora «che questa non è una glorificazione dell’irrazionale, ma solo di un modo piú diretto di agire, perché l’istinto è come un computer interiore che fornisce la risposta in base alle esperienze, alla cultura, al vissuto di ciascuno, svelando ciò che davvero siamo». Il risultato è un uomo Prada che esce dalla persona adolescenziale e a tratti frigida del passato per scoprirsi duro e sconvolto, nulla affatto rassicurante. La mano è forzata, e i richiami ad un tipo maschile messo a fuoco nei sempre seminali anni Novanta e Zero da Martin Margiela e Helmut Lang sono fin troppo evidenti, ma c’è una energia abrasiva nella prova che smuove e fa reagire. Anche il rifiuto, dopo tutto, è una forma di dialogo.

Con l’umanità reietta e dolente, dall’eleganza acciaccata e consunta, Luca Magliano ha grande familiarità stilistica, da sempre. Seppur giovane, evita la formula, e continua ad evolversi e a maturare. Lo spirito ribelle degli inizi non si è sedato, ma è meno evidente, forse perché introiettato e impastato sempre più alla struttura stessa degli abiti. A guardare i tipi di ogni età e fisicità che calcano la sua passerella, viene in mente il realismo poetico di Lemaire, distorto però attraverso una lente malinconica ed emiliana, come se la vita avesse colpito duro sulle sorti dell’esistere e del guardaroba. Questa stagione l’idea di una passeggiata sul lungomare, di notte, in inverno, riverbera sugli abiti una luce scabra e poetica dalla naturalezza toccante.

Il mondo di Simone Botte e Filippo Biraghi, in arte Simon Cracker, è pieno di energia nel suo squinternato bricolage upcycling dal sapore irregolare e punk. Da ultimo, convinti a ragione di non aver più nulla da perdere, i due sottopongono ad un umoristico attacco sovversivo il guardaroba da sciura e da bauscia, puntando su un pauperismo impettito che diverte e fa pensare.

Dunhill, la collezione per l’AI 25-26

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Cambio repentino di scenario, in fine, da Dunhill, dove Simon Holloway continua testardamente a proporre una idea di eleganza iperformale e azzimata, squisitamente Brit, che è morbida per quanto ossequiosa di tutte le regole del ben vestire upper class. Anacronistico solo in apparenza, il progetto è in verità l’agnizione di un tipo specifico di cliente, che la moda ha di recente ignorato, ma che esiste.

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