Partiamo dal presupposto che le applicazioni dell’Ai in ambito sanitario sono estesissime. Noi come azienda puntiamo sulla diagnostica per immagini; abbiamo tac, risonanze, ecografi, sistemi di monitoraggio di terapia intensiva: un portafoglio di prodotti nativo digitale che produce immagini e informazioni sulle quali costruire le applicazioni di Ai. Per fare tutto ciò è necessario che il sistema su cui poggiano sia davvero digitalizzato . Le informazioni digitali che i nostri prodotti danno come output (immagini, dati…) vanno, infatti, poi immagazzinate e trasferite in sicurezza all’interno di una rete digitale che connetta i reparti all’interno di un ospedale o strutture ospedaliere diverse. Tutto questo consente di avere una grande quantità di dati sui quali usare gli algoritmi di Ai per arrivare ad avere, per esempio, soluzioni di population health management, capendo cioè quali sono le caratteristiche di una popolazione in una determinata area geografica e agendo quindi in ottica predittiva nell’identificare cure e trattamenti. L’intelligenza artificiale è, quindi, uno strumento utile per integrare la diagnostica, elaborare i big data e supportare gli esseri umani nel prendere le decisioni corrette. Noi abbiamo numerose soluzioni di Ai, alcune già attive nel panorama del sistema sanitario nazionale sia nel pubblico sia nel privato. Ad esempio, per le risonanze magnetiche abbiamo soluzioni che permettono di diminuire il tempo di esame migliorando la risoluzione dell’immagine. Si tratta di una soluzione importante che impatta sulla produttività delle nostre apparecchiature, sulle liste di attesa, e grazie alla risoluzione definita incide sul cosiddetto first time right, sul fatto cioè che la diagnosi è da subito corretta e non sarà necessario rifare un ulteriore esame.
L’Italia sembra avanti nelle sperimentazioni dell’Ai, possiamo dire lo stesso dell’uso a livello concreto?
Il nostro Paese ha sempre sofferto di gap di digitalizzazione nelle strutture ospedaliere. Abbiamo soluzioni di Ai molto forti ma non abbiamo un sistema digitalizzato, un ospedale cioè non parla con un altro ed è complicato interconnettere specializzazioni ed eccellenze. Adesso l’Italia ha una grande opportunità per allinearsi ai Paesi più all’avanguardia che restano i Paesi del Nord Europa, con il Pnrr che prevede 20 miliardi di euro investiti in sanità, di cui circa il 70% in sistemi di digitalizzazione a livello nazionale. Il nostro, in sintesi, è un gap non di tecnologia, ma di infrastrutture in grado di connettere i diversi sistemi.
Che cos a abbiamo appreso dal Covid a livello di uso delle nuove tecnologie?
Il Covid ci ha insegnato tanto e ci ha dato l’opportunità del Pnrr. La crisi ci ha insegnato che dobbiamo avere una medicina diffusa sul territorio, altrimenti in una situazione pandemica come quella verificatasi in Italia, le persone prese dal panico si accalcano al pronto soccorso che diventa il focolaio principale per trasmettere il virus. Noi abbiamo un’organizzazione del nostro sistema sanitario nazionale fatto da ospedali diffusi sul territorio. Il Pnrr affronta questo tema e dice che non dobbiamo avere solo ospedali tutti uguali, strutturati nello stesso modo, con eccellenze diverse, ma dovremmo avere ospedali dove ci si concentra sul trattamento di alcune malattie; ospedali di comunità dove si fa degenza; case di comunità dove si concentrano gli specialisti, i medici di famiglia, pediatri, ginecologi e la casa del cittadino che può e deve diventare parte di questo sistema. Un sistema che sarà fatto da quattro entità e che, per poter funzionare, deve essere interconnesso digitalmente. Con un sistema di questo tipo, se andassimo incontro a nuova pandemia, non ci sarebbe la concentrazione di persone al pronto soccorso che abbiamo avuto con il Covid. Allo stesso tempo il Pnrr prevede fondi per rinnovare il nostro parco tecnologico all’interno delle strutture ospedaliere. Come Italia siamo sempre stati sempre all’avanguardia per numero di apparecchiature, numero di risonanze magnetiche e tac per abitante. Ma queste apparecchiature erano tutte molto vecchie, di almeno 10 anni. Grazie al Pnrr, e attraverso le gare Consip, si sta rinnovando questo parco ormai obsoleto. Tra tre anni avremo un sistema rinnovato per quanto riguarda le apparecchiature ma rischiamo che non si parlino tra loro e che rimanga il concetto di ospedale come unico punto di accesso del cittadino quando si ha un’emergenza. Il disegno del Pnrr è molto ambizioso, molto intelligente, è già partito, ma ancora non abbiamo nuovo il sistema in attività e, per poter accedere a tutti i fondi, dobbiamo mettere a terra le innovazioni entro il 2026. In sostanza, il nostro sistema ha imparato, si è attivato, ma ancora non ha ancora sfruttato a pieno tutte le opportunità che abbiamo. La cosa buona è che siamo ancora in tempo.