Distretti

L’oreficeria siciliana chiede alla Regione maggiori tutele

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di Nino Amadore

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Sono una sessantina distribuite in tutto il territorio regionale. Si chiamano ancora botteghe ma sono ormai laboratori che scommettono sull’innovazione, il design, il marketing evoluto e puntano sempre di più a conquistare nuovi mercati. Sono gli artigiani orafi siciliani, eredi di una grande tradizione e oggi impegnati a costruire alleanze con l’obiettivo di valorizzare e far crescere un comparto che ha identità e radici storiche ben precise: la Maestranza degli Orafi e Argentieri di Palermo venne istituita nel 1447 e rimase in vita fino al 1822.

È da questi presupposti che nasce, con il sostegno di Cna Sicilia, il distretto Orafi e argentieri siciliani che è stato riconosciuto dall’assessorato regionale alle Attività produttive. «Sono passati esattamente 200 anni e oggi, ancora una volta, la Sicilia si mostra artisticamente il cuore pulsante del Mediterraneo in cui convergono e si rielaborano creatività e originalità di diverse estrazioni e suggestioni, con influenze di diversa latitudine – spiega Giuliana Di Franco, presidente del distretto e presidente del comparto orafi della Cna siciliana – . Le aziende e gli autori del settore orafo e argentiero riescono a produrre localmente opere con caratteristiche tutte proprie, in cui si individua la solare policromia della terra di Sicilia e la genialità della sua gente». Ma il riconoscimento del distretto è solo un primo passo in questo percorso di valorizzazione avviato dagli stessi artigiani: le sessanta aziende che hanno aderito al distretto hanno un giro d’affari (secondo stime) di poco più di 345 milioni ma il comparto in Sicilia, sempre secondo stime che vanno oltre il perimetro del distretto, dà lavoro a circa 500 persone. Poco, se vogliamo, ma di certo non residuale né marginale vista l’importanza storica, artistica e identitaria che questo settore ha per la Sicilia. Una fragilità strutturale che però non consente a queste imprese, spesso piccole o addirittura micro, di affrontare investimenti di un certo peso. Lo spiega ancora Giuliana Di Franco: «È complicato, molto complicato per piccole aziende come le nostre far fronte al cofinanziamento per progetti che non riguardano la singola azienda ma reti di impresa o consorzi» dice. Quelle misure, sembra di capire, sono indicate in una situazione strutturalmente solida, avviata. Ma questo caso appare diverso : «Noi – dice ancora Giuliana Di Franco che, dopo aver studiato fuori dalla Sicilia ha scelto di tornare e ha creato il suo laboratorio a Leonforte in provincia di Enna – chiediamo alle istituzioni di avviare politiche di promozione complessive sul modello di quanto è stato fatto per l’agroalimentare. Il nostro è un settore che ha grande valore identitario e turistico e merita una strategia di promozione e di tutela soprattutto. Il made in Sicily ha un valore di mercato enorme ma il mercato, persino il nostro mercato regionale, è invaso da prodotti di oreficeria che si presentano come siciliani ma che siciliani non sono affatto. Serve, se vogliamo, una norma specifica per il nostro settore e per quello delle ceramiche: sono gli unici comparti manifatturieri veramente siciliani».

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