Berlinale 75

L’orso per l’amore e il sesso Lgbt

Ha vinto «Dreams (Sex Love)» di Haugerud sulla passione di una allieva per la suainsegnante. Gran Premio della Giuria al «Thelma &Louise» brasiliano

Dag Johan Haugerud con l’Orso d’oro per «Drømmer, Dreams (Sex Love)». (Reuters)

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I punti chiave

  • La Trilogia sul Desiderio
  • La regia al film cinese
  • La centralità delle donne
  • Il discorso politico di Radu Jude
  • Opere minori di registi validi

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La 75esima edizione della Berlinale, sotto la direzione dell’americana Trisha Tuttle, sarà ricordata per la quantità di film modesti, concentrati soprattutto nella prima parte del festival e per aver dismesso quella benefica funzione di sentinella cinematografica dei Balcani e dell’Est Europa che tradizionalmente la Berlinale ha sempre esercitato. Tuttle furbescamente ha sopperito alla qualità media con la centralità della figura femminile in quasi tutte le pellicole. «Mai visto tante donne davanti e dietro la macchina da presa», ha commentato Todd Haynes, presidente della giuria, molto attento all’universo femminile (vedi May-December con Natalie Portman e Julianne Moore e Carol con Cate Blanchett e Rooney Mara).

La Trilogia sul Desiderio

Così risulta coerente l’Orso d’oro a Drømmer, Dreams (Sex Love) che chiude la Trilogia sul desiderio di Dag Johan Haugerud con il racconto di una diciassettenne che si innamora della propria insegnante. L’erotismo trapela attraverso le parole di un diario, rinvenuto dalla madre e dalla nonna dell’adolescente, in un misto di ammirazione e sconvolgimento per l’arditezza delle descrizioni poetiche. Verità o fantasie? Poco importa. Le attrici sono fascinosamente credibili nelle loro trepidazioni: le emozioni di Johannes (Ella Øverbye) risvegliano memorie contemporanee e antiche. Su 19 film in gara dieci avevano come protagonista assoluta una bambina o una adolescente o una donna che si trova a ribellarsi agli schemi cui la inchioda la società o maternità difficili. La giuria però è riuscita comunque a dare dei premi cinematograficamente corretti.

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La regia al film cinese

L’Orso per la regia è andato meritoriamente a Huo Meng con Living the Land, forse il più bel film visto in questa edizione che propone una saga in chiave del Novecento bertolucciano di un piccolo paese rurale della Cina, che fatica ad adeguarsi alla modernità. Al centro, vicendevolmente, riescono a venire in luce i singoli membri di una numerosa famiglia molto povera, che vive ancora di raccolto. La tirannia del regime si manifesta nei piccoli trucchi che ciascuno escogita per sottrarsi alla politica demografica, al regime iniquo delle tasse, alla corruzione diffusa. Finalmente una Cina che sa esprimere tenerezza e indipendenza di pensiero, con una fotografia eccezionale, tra grandi scenari color lavanda e piani sequenza pieni di grazia.

La centralità delle donne

Sulla maternità rimarchevoli If I Had Legs I’d Kick You di Mary Bronstein, che in maniera scanzonata rilegge le difficoltà di una psicoanalista che affronta quotidianamente le difficoltà pratiche della malattia della piccola figlia. Divisa tra l’istinto protettivo-materno e quello di liberazione individuale, Rose Byrne – che ha vinto giustamente il premio come migliore interprete –, accoglie in maniera nevrotica, buffa e sopra le righe le manifestazioni di autoderesponsabilizzazione del padre ed empatizza con una giovane paziente che abbandona il suo neonato nel suo studio. Il Gran Premio della Giuria non poteva che andare al Thelma&Louise in versione brasiliana: The Blue Trail di Gabriel Mascaro. Il film racconta la storia di Ereza, una signora ormai vicina agli 80 anni, che si rifiuta di adeguarsi alla politica di “deportazione” in colonie per anziani distopicamente portata avanti in Brasile. In questo caso, avallata anche dall’unica figlia della donna che riceve un assegno dal governo. I fiumi dell’Amazzonia e una coetanea le danno la possibilità di nascondersi e di salvarsi anche grazie all’aiuto di una particolare sostanza psichedelica. Godibile.

Il premio della giuria è andato al film argentino El Mensaje di Iván Fund, la storia di una ragazzina che viaggia in roulotte in un sconfinato Sudamerica con presunti poteri telepatici verso gli animali. Forse con i nonni approfitta della credulità dei propietari dei pets o forse no. Un film molto wendersiano, pieno di dolcezze e di vita vissuta sottilmente sulla punta dei sentimenti.

Il discorso politico di Radu Jude

Il premio alla migliore sceneggiatura ha fatto finalmente risorgere la vena politica del festival in una Berlino alla vigilia delle elezioni politiche con l’estrema destra dell’AfD al 21% nei sondaggi. Sul palco viene annunciato Radu Jude, ex Orso d’oro per Bad Luck Banging o Loony Porn e tutti ridono quando il regista rumeno lancia la speranza di non ritrovarsi l’anno prossimo alla Berlinale con l’erede di Leni Riefenstahl. Il suo Kontinental ’25 è ambientato a Cluj, in Transilvania, dove le tensioni tra rumeni e ungheresi si accentuano. Qui l’ufficiale giudiziario Orsolya si trova a eseguire uno sfratto in un’operazione di repulisti immobiliare ai danni di un barbone, che si toglie la vita. Il racconto è una fotografia amara, oscura e surreale del post socialismo ammaliato dal capitalismo, dove il pudore e la vergogna vengono presto cancellati dalle piccinerie individuali. Il titolo del film è un riferimento a Europa ’51 di Roberto Rossellini, sia nel registrare una condizione di disgregazione sociale, che per i mezzi registici a basso budget usati da Jude, che ha girato con un telefonino a un ritmo serrato.

Opere minori di registi validi

Validi registi come Michel Franco e Hong Sang-soo si sono presentati in concorso ma con opere minori, eccettuato per Richard Linklater con il buon Blue Moon, sul declino del paroliere dei musical hollywoodiani Lorenz Hart, interpretato da uno statuario Ethan Hawke. Forse la pellicola è rimasta quasi a mani vuote perché assai tradizionale e parlatissima, quasi teatrale. Come consolazione a Andrew Scott, spalla di Hawke, è andato il premio come migliore attore non protagonista e non è nemmeno venuto a ritirarlo. Sarebbe stato meglio darlo a Margaret Qualley, visto che a Berlino non c’è suddivisione di genere.

L’eccezionale contributo artistico l’ha preso La tour de glace di Lucile Hadžihalilović. La storia di una ragazzina ossessionata negli anni 70 dalla Regina di ghiaccio, interpretata da una pur sempre brava Marion Cotillard, non aveva altra attrattività se non quella del costume e della neve. L’Orso personale di chi scrive al peggior film va a Reflection in a Dead Diamond di Hélène Cattet e Bruno Forzani, tra Diabolik e James Bond, film di rara inutilità.

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