L’Università tra vocazione verso gli studi umani e la digitalizzazione
La specializzazione estrema non fa aiuta il sapere. L’Università non produce solo forza lavoro, ma cittadini responsabili
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L’Università è un’istituzione che si muove tra tradizione e innovazione, ricerca e formazione, sapere specialistico e cultura diffusa. Negli ultimi decenni, il modello universitario si è orientato verso una specializzazione estrema, perdendo la vocazione originaria di “centro degli studi umani”: una comunità di sapere unitario che integra competenze differenti.
Un centro di studi unitario, una comunità, una città scolastica, che accoglie professionisti dello studio ma anche tecnici che svolgono funzioni pratiche e organizzative. Dalla diversificazione delle competenze dei maestri nasce la divisione in più facultates, distinte «possibilità» di scelta e orientamento disciplinare. Questo nesso di relazioni, reso vivo da docenti, studenti e tecnici, è l’università dalle origini e questa per secoli è stata l’Universitas studiorum. Oggi, la tendenza a risponde all’esigenza di formare professionisti con competenze mirate e aggiornate rispetto alle trasformazioni del mercato del lavoro, rischia di offuscarne la natura originaria e la distanza tra i saperi sembra far perdere di vista quella visione unitaria che fa dell’Università uno spazio pubblico in cui, per secoli, si è continuato a lasciare traccia di quel “senso di umanità” di cui siamo parte. È urgente tornare a pensare l’unità nella diversità, favorendo una formazione che sviluppi sia competenze tecniche che una comprensione critica e ampia della realtà, favorendo il dialogo tra discipline.
La ricerca universitaria, pubblica, libera e non vincolata esclusivamente al profitto o a finalità pratiche immediate è chiamata ad esplorare nuove prospettive, anche inattuali, per consentire interpretazioni alternative del presente e del futuro: in altre parole, a “elevare l’umanità” attraverso una tecnologia responsabile, orientata al bene comune, evitando che il progresso tecnico-scientifico diventi fine a sé stesso. Valutare l’Università soltanto per la sua capacità di produrre forza lavoro rappresenta un impoverimento culturale e sociale. L’Università pubblica forma cittadini consapevoli, capaci di interpretare criticamente il mondo e contribuire al bene comune, oltre il profitto individuale.
In questo contesto, è fondamentale promuovere non solo un’alfabetizzazione tecnologica, ma anche una cultura che bilanci un know how costantemente aggiornato e un “lifelong learning”. Il primo permette di adattarsi alle evoluzioni della società e dei processi economici, mentre il secondo incoraggia un apprendimento critico e profondo, essenziale per non cadere nella subordinazione alle logiche algoritmiche e mette in grado di influenzare e modificare quelle evoluzioni e quei processi.
L’Università è anche chiamata a rispondere alla crisi delle relazioni e della socialità: non basta formare professionisti, bisogna favorire la costruzione di identità professionali e di più essa è il luogo di riconoscimento di quel senso di umanità che ogni generazione è chiamata a continuare. È quindi luogo di riconoscimento dell’altro e di assunzione del valore di ciò che l’altro pensa, dice e fa: questo fa sì che la comunità scientifica sia tesa alla ricerca di un vero progresso dell’umanità.

