L’uomo Dior setoso e intrigante come un nuovo Casanova
Kim Jones esplora la possibilità di una versione maschile della couture, Rei Kawakubo da Comme des Garçons gioca con il disrispetto per l’autorità
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Anche nelle sfilate parigine, più degli abiti spesso a far riflettere è il tipo di uomo rappresentato. Il modello finora imperante di post-adolescente esangue e apparentemente privo di sentimento lascia progressivamente il campo ad una espressione più ampia e multiforme del maschile, il che include una estesa gamma di fisicità.
L’uomo di Dior nella visione di Kim Jones è metamorfico e femmineo, setoso e intrigante alla stregua di Casanova, l’inveterato seduttore la cui eco vestimentaria riverbera nella profusione di rasi e di rosa, di fiocchi e scarpine, e poi nei nastri logati che, a mo’ di bagatella, oscurano gli occhi. Come spesso avviene nel lavoro del direttore artistico - che voci insistenti darebbero in uscita, e l’abbraccio fraterno a fine sfilata tra lui e Delphine Arnault sembrerebbe una conferma in tal senso - la collezione da uomo origina nell’archivio di Monsieur Dior, dunque tra capi femminili di couture.
Questa stagione ad interessarlo è la linea H del 1954 - un momento particolarmente scultoreo, puro e femminile di Dior - che Jones mescola ad echi del Dior Homme di Hedi Slimane come di quello di Kris Van Assche, esplorando l’idea, tutta sua invece, che la couture si possa declinare al maschile. A tutti gli affetti, pare di assistere ad un addio, ma l’avvio in nero luttuoso che lascia spazio ai pastelli rosati, così come il fluttuare opulento delle forme, hanno un che di lieve. Gli abiti sono un esercizio sulla liquefazione e trasformazione: tanta la perizia, grande la finezza, eleganza abbondante, assente però il sentimento.
È latina, perigliosa, e tutto quel che la retorica trumpista addita come nemico pubblico numero uno, ma anche sensuale, multiforme, dolente la varia umanità che Willy Chavarria raccoglie nella Chiesa Americana di Avenue George V per il debutto parigino. Nome tra i più notevoli del panorama newyorkese, latore di un superomismo di frontiera, Chavarria fa il gran passo e si espone nell’arena dei veri leoni, nella capitale mondiale della moda. Ha coraggio, e visione, ma lontano dalla Grande Mela i suoi suit giganti, le sue tute da cholo, i vestiti da seduttrice alla messa appaiono molto rumore per nulla, mentre i personaggi li si vede fabbricati, paradossali, come un cosplay. In debito verso Miguel Adrover, Chavarria dovrebbe forse lavorare su un pathos meno plasticoso e soprattutto sulla finezza dell’esecuzione, per non diventare presto l’ennesimo fuoco di paglia. Il suo però è un debutto: gli errori servono a correggere il tiro.
Gli hipster di ogni età di Junya Watanabe sono la reiterazione, seppur inventiva, di un cliché stilistico che ormai si direbbe fuori tempo massimo, ma anche la agnizione di una tipologia virile che ancora esiste. Lo stesso si può dire, in altro contesto, dei francesini sbruffoni e perbene, con i maglioncini rattrappiti e le cravatte corte, di Fursac, della loro controparte chic e adulta proposta da Pierre Maheo, la mente di Officine Generale, che presenta in formato tranche de vie dentro un caffè, come degli hiphoppari vestiti a cipolla di Miharayasuhiro, stravolti dalla sua mente affabulante ma anch’essi, in fin dei conti, prevedibili.

