Mind the Economy / Incentivi 16

L’uso strategico dell’informazione e l’esercizio del potere

È possibile influenzare a nostro vantaggio la scelta di una persona anche se questa è razionale e non ci è consentito mentirle quando la sua opinione sarà condizionata da un evento esterno e incerto? Questa è la domanda che sta al centro della teoria della “persuasione bayesiana”

Matthew Gentzkow e Emir Kamenica

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È possibile influenzare a nostro vantaggio la scelta di una persona anche se questa è razionale e non ci è consentito mentirle quando la sua opinione sarà condizionata da un evento esterno e incerto? Questa è la domanda che sta al centro della teoria della “persuasione bayesiana” (Bayesian persuasion) e la risposta è “sì, è possibile”. Emir Kamenica e Matthew Gentzkow, due dei padri fondatori di questo ambito di ricerca hanno infatti dimostrato come sia possibile per un “mittente” il cui obiettivo dipende sia dall’esito incerto che dalla scelta del “destinatario”, progettare una “struttura informativa” che mandi i giusti segnali al “destinatario” per convincerlo, indipendentemente dall’esito dell’evento incerto, ad agire nell’interesse del “mittente” che poi, alla fine, coinciderà con il suo proprio interesse (“Bayesian Persuasion”. American Economic Review 101, pp. 2590–2615, 2011).

Se la banca vuole convincermi a investire

Immaginiamo che la mia banca voglia convincermi ad investire in un nuovo fondo. Il successo di questo fondo dipende da molte variabili incerte legate al contesto economico e geopolitico. Tra me e la banca c’è una situazione di asimmetria informativa, nel senso che ha più informazioni di me sulle variabili rilevanti e, inoltre, può decidere quali di queste informazioni condividere. È interessante capire se la banca, cioè il “mittente”, può indurre me, il “destinatario”, solamente attraverso un uso sapiente delle informazioni, ad investire nel fondo, ancora prima di sapere se questo avrà successo o meno. Tutto questo assumendo che le mie scelte siano razionali e che le informazioni veicolate debbano essere veritiere. Per rendere l’esempio più realistico dovremmo assumere che il “mittente” si rivolga non già ad un unico “destinatario”, ma a molti destinatari, tanti quanti sono i clienti potenzialmente interessati all’investimento. E se questo non bastasse a complicare le cose dovremmo anche considerare il fatto che le azioni dei vari “destinatari” si influenzino a vicenda tra loro. Questo caso più generale ricade nell’ambito della teoria dell’information design.

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Se il politico vuole convincere a votare una mozione

Per semplificare il ragionamento proviamo a considerare un semplice esempio: immaginiamo che il capogruppo di un partito politico (A) voglia convincere due suoi colleghi di altri due partiti (B e C) a votare per una mozione che il primo partito vorrebbe presentare. La mozione introduce una riduzione delle accise sui carburanti. L’obiettivo di A è quello di convincere i colleghi B e C a votare a favore della mozione. Questa, infatti, verrà accolta solo se ci sarà l’unanimità tra i tre. In caso di disaccordo la decisione verrà demandata ad un commissario indipendente. L’appropriatezza della mozione, nel concreto, dipende dalle condizioni oggettive e dell’ambiente. Condizioni che sono incerte e che occorre appurare. Ridurre le accise, infatti, farà aumentare l’utilizzo di autovetture private, il ché è ammissibile solo se le condizioni dell’ambiente non sono troppo compromesse, mentre se la situazione ambientale dovesse rivelarsi critica, allora la mozione sarebbe da valutare negativamente. Quindi la bontà della proposta e la probabilità della sua approvazione è legata ad uno “stato del mondo” – le condizioni dell’ambiente - al momento sconosciuto, eppure rilevante per il recepimento della mozione.

La questione interessante è che il politico proponente della mozione (A), ha anche il potere di gestire il flusso informativo che raggiungerà B e C. A, infatti, può commissionare un rapporto sullo stato dell’ambiente ad un esperto di chiara fama. Se il rapporto fosse positivo rispetto alle condizioni ambientali contribuirebbe certamente all’approvazione della mozione. Ma se, invece, il dato ambientale fosse negativo, proprio la stessa attendibilità del rapporto rappresenterebbe una pietra tombale sopra la proposta. Il politico davanti a questo scenario potrebbe far ricorso alla teoria della “progettazione dell’informazione” (information design). Tale teoria studia la possibilità di strutturare in modo ottimale l’informazione – in questo caso il contenuto del rapporto dell’esperto - in modo tale da massimizzare la probabilità di raggiungere l’obiettivo del designer, in questo caso l’approvazione della mozione. E questo, indipendentemente dal fatto che essa faccia bene o male all’ambiente.

Supponiamo che non si conosca il risultato del rapporto e che ci sia una ragionevole accordo sul fatto che molto probabilmente (70%, per esempio) esso indicherà un peggioramento della situazione ambientale. In questo caso i due politici B e C sarebbero indotti a votare contro la mozione di A. Ma se l’ambiente fosse migliorato (probabilità del 30%) entrambi voterebbero a favore della mozione che verrebbe, così, approvata all’unanimità. I politici (B e C) vorrebbero fare la cosa giusta, quindi, sono decisi a votare coerentemente rispetto ai risultati attesi del rapporto. Se l’ambiente è inquinato B e C voteranno contro, ma sarebbero più felici di farlo entrambi assieme piuttosto che ognuno da solo. Se invece l’ambiente non è effettivamente inquinato, sarebbero felici di votare a favore e anche in questo caso sarebbero più felici di farlo insieme. Il proponente della mozione (A), invece, vorrebbe che la mozione venisse approvata indipendentemente dall’effettivo stato dell’ambiente. Siccome il rapporto dell’esperto è ciò che modifica le credenze dei politici B e C e quindi le loro scelte, il suo utilizzo da parte del proponente diventa strategico.

La probabilità condizionata

La qualità del rapporto può essere rappresentata, in termini matematici, come una “probabilità condizionata”, cioè la probabilità con la quale dal rapporto si può concludere che l’ambiente è inquinato quando questo è effettivamente inquinato o, ciò che è simmetricamente la stessa cosa, la probabilità con la quale si deduce che l’ambiente non è inquinato quando, al contrario, lo è. Questa probabilità condizionata rappresenta ciò che possiamo definire l’“informatività” del rapporto. Quanto effettivamente le informazioni contenute nel rapporto ci avvicinano alla comprensione della vera verità. Tecnicamente l’informatività del rapporto dipende dai “segnali” che il “mittente” sceglie di far arrivare ai “destinatari”. Cioè, per esempio, da quali parti del rapporto divulgare. Il “mittente” può, infatti, scegliere il grado di “informatività” del rapporto in modo tale che, una volta realizzato, il suo contenuto verrà reso noto a tutti pubblicamente.

Cosa possiamo aspettarci a questo punto? In primo luogo, come dimostra Ina Taneva, giovane economista dell’Università di Edimburgo, sarebbe meglio che un rapporto ci fosse e che sia informativo. Se, infatti, il proponente ne commissionasse uno poco informativo o addirittura non chiedesse nessun aiuto agli esperti, i suoi due colleghi B e C voterebbero certamente contro la mozione. La loro stima di probabilità iniziale, il loro prior, come si dice, rispetto al peggioramento dell’inquinamento era infatti maggiore rispetto a quella associata ad un miglioramento delle condizioni ambientali (70% vs 30%). Se non si aggiunge nessuna nuova informazione a far cambiare idea ai politici B e C, questi voteranno certamente contro la mozione. Se d’altro canto il rapporto dovesse essere pienamente informativo, cioè dovesse rappresentare la realtà in maniera del tutto corretta al di sopra di ogni possibile dubbio, i politici B e C voterebbero a favore solo in presenza di un acclarato miglioramento delle condizioni dell’ambiente e sappiamo che questo ha solo il 30% di probabilità di essere vero. Nel primo caso – nessun rapporto - la mozione non verrebbe mai approvata, mentre nel secondo caso – rapporto totalmente affidabile – la mozione verrebbe approvata solo con probabilità pari al 30%. Non un grande risultato per il proponente che, infatti, non molla. Capisce, aiutato dal suo information designer di fiducia, che può utilizzare le informazioni contenute nel rapporto in maniera più raffinata. La soluzione ottimale, dal suo punto di vista, è quella di confondere un po’ le acque.

I segnali rumorosi

Occorre mandare dei segnali rumorosi, come si dice in gergo. Far capire ai colleghi che dovranno votare che le informazioni del rapporto sono affidabili, ma non proprio del tutto; instillare un ragionevole dubbio. Il rapporto deve fornire alcune informazioni ma non altre. Questi sono i cosiddetti “segnali”. Tali “segnali” sono correlati al reale stato del mondo solo in maniera probabilistica. Se la situazione dell’inquinamento è effettivamente peggiorata, per esempio, ci sarà una certa probabilità di osservare il segnale X. In corrispondenza di tale segnale sarebbe meglio per i politici votare contro la mozione di A. Ci sarà anche una certa probabilità di osservare il segnale Y, in corrispondenza del quale, al contrario, B e C preferiranno votare a favore. Lo stesso vale nel caso in cui, invece, lo stato dell’inquinamento non è peggiorato.

A questo punto, la cosa veramente interessante, è il fatto che sia possibile dimostrare che attribuendo differenti valori di probabilità a questi segnali, rendendo cioè il rapporto dell’esperto più o meno informativo, si possono persuadere i politici B e C a votare nell’interesse del proponente della mozione. In particolare, se l’ambiente è deteriorato e se B e C osserveranno il segnale X con probabilità pari a 1/7 e il segnale Y con probabilità pari a 6/7, allora sarà nel loro interesse fare l’interesse del proponente votando a favore. Quest’ultimo sarà riuscito a persuaderli con nient’altro che l’uso strategico dell’informazione. Mescolando un po’ le acque, si direbbe in altri termini. La probabilità che B e C votino a favore della proposta passa in questo modo dal 30% nel caso in cui il rapporto venisse reso noto in tutta la sua chiarezza, fino al 90%, nel caso in cui le informazioni oc. Vediamo che un minore %, nel caso in cui le informazioni contenute fossero meno facilmente decodificabili e lasciassero maggiore adito a dubbi. Si dimostra matematicamente come, in casi simili, l’ambiguità possa diventare la migliore alleata dell’ideologia. Un livello inferiore di informatività del rapporto dell’esperto, infatti, fa aumentare la probabilità che la riforma venga approvata, indipendentemente dalla sua utilità. Un risultato matematicamente ineccepibile ma concretamente allarmante.

Elementi non intuitivi

Ci sono alcuni elementi di questa situazione non proprio intuitivi che vale la pena discutere brevemente. Il primo riguarda il fatto che quando uno dei politici B o C vota a favore della mozione egli, in realtà, è indifferente tra votare a favore o votare contro. Se fosse totalmente favorevole allora il proponente A potrebbe sempre manipolare l’informatività del rapporto – la probabilità condizionata di ricevere il segnale Y posto che l’ambiente è effettivamente deteriorato - fino al punto da rendere il politico indifferente. Questo non modificherà la scelta ottimale di B e di C che sceglieranno sempre di votare a favore della riforma, ma aumenterà la probabilità del segnale Y e quindi la probabilità di un voto unanime. Il proponente potrebbe aumentare la probabilità di osservare il segnale Y, condizionata al caso in cui l’ambiente fosse deteriorato, fino al punto in cui la probabilità a posteriori – l’idea che si fanno B e C - che l’ambiente sia effettivamente deteriorato diventerebbe così alta fino al punto in cui il politico B o C sarà esattamente indifferente tra votare a favore e votare contro la riforma. Si può dimostrare che in questo caso tale livello di probabilità è pari a 2/3. Un secondo aspetto interessante riguarda il rapporto che esiste tra B e C. Se il politico da convincere fosse solo uno, come nei casi di persuasione bayesiana analizzati da Kamenica e Genzkow che abbiamo considerato nelle settimane scorse, la credenza a posteriori sul fatto che l’inquinamento non sia aumentato dovrebbe essere pari ad almeno1/2 per convincerlo a votare a favore della mozione. In altre parole, se dopo aver letto il rapporto si fa l’idea che c’è almeno il 50% di probabilità che la situazione ambientale non sia peggiorata, allora sarà nel suo interesse votare a favore. Al contrario, nel caso in cui i politici da convincere siano due, come nel caso che abbiamo visto, allora tale probabilità scende da 1/2 a 1/3. Se ne deduce che maggiore è il numero dei politici, più bassa dovrà essere la soglia di convinzione per spingerli a votare a favore. Basta credere che l’ambiente sia in buone condizioni anche solo con probabilità pari a circa il 30% per indurre due politici a votare a favore della mozione. Perché questa differenza? Perché i voti sono complementari tra loro. Solo se si raggiunge l’unanimità, infatti, la mozione potrà essere approvata. I politici sono a conoscenza del tipo di segnale che hanno ricevuto gli altri e sanno che il loro voto farà effettivamente la differenza solo se sarà uguale al voto degli altri. Il voto di opinione in questo contesto non ha senso. Pertanto, ricevere un segnale che suggerisce condizioni positive dell’ambiente spinge i politici a votare a favore della mozione per due ragioni distinte. In primo luogo, se l’ambiente è effettivamente in buone condizioni, allora il suo voto sarà necessario per far passare la mozione che, in tali circostanze è proprio la cosa giusta da fare. In secondo luogo, se le condizioni dell’ambiente si sono invece deteriorate, votare contro la mozione non aiuterà con certezza a bloccare la mozione. Questo dipende, infatti, da cosa farà l’altro politico. E ognuno sa che il segnale che lui riceve è uguale a quello che riceve anche l’altro e che se tale segnale è Y all’ora l’altro voterà a favore minando la possibilità che un voto contrario possa effettivamente proteggere l’ambiente.

Se ci sono differenti fonti informative

Un’ultima nota. In questo semplice esempio abbiamo assunto che le uniche informazioni che i politici possono avere circa lo stato dell’ambiente siano quelle che traggono dal rapporto dell’esperto. Naturalmente in situazioni concrete il singolo politico può attingere a differenti fonti informative. Questo non cambia la sostanza della soluzione, la rende solo un po’ più complicata in quanto l’information designer dovrà tener conto del ruolo che queste informazioni “esterne” hanno nel modificare le credenze dei singoli politici e cercare di adattare la struttura informativa a questi valori.

Dopo alcune settimane di analisi e approfondimento dovrebbe essere diventato chiaro che il mechanism design e l’information design sono come due facce della stessa medaglia. In situazioni con informazione asimmetrica – quelle di cui si occupa l’economia dell’informazione, appunto - gli agenti razionali sono indotti a comportarsi in un determinato modo sia dalle regole del “gioco” in cui si trovano ad interagire, sia dalle informazioni che hanno a disposizione. Se un “progettista” – lo Stato, una piattaforma di e-commerce, il proponente della mozione legislativa, come nell’esempio che abbiamo visto fin qui, o molte altre tipologie di soggetti, volessero massimizzare la probabilità di raggiungere un obiettivo che dipende dalle scelte degli altri agenti, cittadini, consumatori, altri politici, questi potrebbe intervenire o sulle regole del gioco o sulle informazioni sottostanti. Il mechanism design si occupa della scelta ottimale di quell’insieme di regole che può determinare l’equilibrio desiderato, mantenendo fisso l’ambiente informativo. L’ information design, d’altro canto, si occupa della progettazione delle strutture informative che possono favorire l’ottenimento dello stesso risultato. Scriveva George Stigler nel 1961 - “Non c’è bisogno di dire agli accademici che l’informazione è una risorsa preziosa: la conoscenza è potere. Eppure – concludeva - essa occupa ancora un posto di secondo piano nella città dell’economia. Per lo più è ignorata” (“The Economics of Information”. Journal of Political Economy 69, pp. 213-225, 1961). Da allora, come abbiamo visto, molte cose sono cambiate nella “città dell’economia”, molto spesso in meglio. Molto spesso, ma non sempre.

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