Debito pubblico

La Bce fa crescere i tassi dei BTp. Quanto costa al Tesoro?

A gennaio il costo dei nuovi titoli è quadruplicato allo 0,40% rispetto al 2021. Il prezzo è destinato a lievitare ancora, ma le spese per complessive per gestire il debito italiano diminuiranno comunque

di Maximilian Cellino

La Borsa, gli indici del 4 febbraio 2022

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Che il 2022 non sarebbe stato facile per il Tesoro e di riflesso per le casse dello Stato italiano era ormai chiaro da tempo. Impensabile infatti poter fare ancora affidamento alle irripetibili condizioni favorevoli che si sono presentate l’anno passato per rifinanziare l’enorme debito nazionale. Ora però la svolta impressa dalla Bce alla propria politica monetaria sembra aver messo ulteriore pressione ai rendimenti dei BTp, sui quali continua a pesare anche la scure del rischio politico nonostante la rielezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica.

Il costo all’emissione lievita...

Già a gennaio il costo medio all’emissione per gli oltre 35 miliardi di titoli immessi sul mercato dal Tesoro (quasi 22 miliardi dei quali a medio-lungo termine) è risultato pari allo 0,41 per cento, oltre quattro volte in più rispetto allo 0,10% registrato nel 2021, quando si era toccato il minimo storico. Si tratta di un rincaro già significativo, anche se occorreva metterlo in conto: basti pensare che, escludendo dal computo i BoT, ogni un aumento medio di 10 centesimi dei rendimenti comporta spese aggiuntive per interessi di oltre 300 milioni nei successivi anni.

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COSTI MEDI ALL’EMISSIONE DEI TITOLI DI STATO ITALIANI

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Non sono, occorre essere chiari, cifre tali da far scattare l’allarme. In primo luogo perché il Tesoro ha dimostrato ancora una volta di essere in grado di attirare l’attenzione degli investitori, conducendo fra l’altro con successo già due operazioni sindacate da inizio anno (in quella del BTp indicizzato all'inflazione europea di martedì scorso sono arrivate richieste per 19 miliardi di euro a fronte dei 5 effettivamente emessi).

...ma le spese per sostenere il debito continuano a scendere

Ma soprattutto perché il tasso a cui l’Italia rifinanzia i propri BTp in questo momento, pur in crescita, risulta in media ancora significativamente inferiore a quello dei titoli che giungono a scadenza. Questo garantisce infatti che il costo medio del debito in sé, cioè quel rapporto fra spesa per interessi e stock di titoli esistenti sceso al 2,35% a fine 2021, possa continuare a ridursi ulteriormente anche in un contesto rendimenti crescenti come quello attuale.

Ma se è vero che la fase attuale, pur complessa, può essere affrontata con una certa serenità, occorre comunque chiedersi quanti margini esistano ancora. Molto, sotto questo aspetto, dipende dalla piega che prenderanno i mercati e da come le ultime novità si trasmetteranno sui BTp. Qui il «bollettino» degli ultimi giorni parla di un rendimento decennale che si è spinto fino all’1,75%, cioè ai massimi dall’aprile 2020. Volendo poi offrire un’ulteriore utile indicazione sull'evoluzione dei costi medi, la scadenza dei 7 anni, che corrisponde a grandi linee alla durata media dei titoli italiani sul mercato, si muove adesso attorno all’1,30% quando sei mesi fa viaggiava addirittura poco sopra lo 0,10 per cento.

Gran parte del rincaro, come si accennava in partenza, è legato al mutamento di scenario sui mercati obbligazionari, globali ed Europei. Gli effetti del brusco cambiamento di rotta delle Banche centrali, impegnate adesso a fronteggiare lo spettro dell’inflazione e non più l'emergenza post-Covid, sono evidenti nell’andamento dei tassi ritenuti privi di rischio: il Treasury Usa che sulla scadenza decennale si avvicina al 2%, ma soprattutto in chiave europea il Bund tedesco appena tornato in territorio positivo e balzato in pochi giorni allo 0,20 per cento.

Le prospettive per tassi e spread

A questo «effetto base» a cui è impossibile sottrarsi, i titoli italiani aggiungono poi ben note problematiche specifiche come la maggior sensibilità (al pari di tutti i «periferici») alla riduzione dei programmi di riacquisto Bce e il rischio Paese legato alla latente instabilità politica. Entrambi i fattori concorrono a determinare l'andamento dello spread BTp-Bund, che dopo la momentanea «tregua» susseguita alla soluzione della questione Quirinale, è tornato a riaffacciarsi oltre i 150 punti base e che adesso desta nuovamente qualche legittima preoccupazione.

La Bce interverrà per tenere a freno lo spread, attraverso comunicazioni specifiche oppure con un utilizzo flessibile degli acquisti necessari a coprire i titoli che giungono a scadenza

Natixis Jesus Castillo

«Ci aspettiamo che lo spread possa allargarsi fino a 175 punti da qui a fine anno», osserva a questo proposito Jesus Castillo, economista di Natixis Cib, che addebita a entrambe le cause il movimento e proprio per questo non si aspetta una dinamica lineare per lo scarto fra Italia e Germania nei prossimi mesi. «Potremo raggiungere quota 160 a marzo, quando avremo nuove indicazioni da parte della Bce sul termine del quantitative easing, per poi assistere a una successiva riduzione almeno durante tutta l’estate e infine a un nuovo rialzo per tenere conto di possibili tensioni politiche con l’avvicinarsi delle elezioni del 2023», prosegue Castillo, individuando però nell’atteggiamento «vigile» dell’Eurotower un fattore cruciale: «Crediamo - conclude - che la Bce possa intervenire nel caso sia necessario tenere a freno lo spread, attraverso comunicazioni specifiche oppure con un utilizzo flessibile degli acquisti necessari a coprire i titoli che giungono a scadenza». In caso di deriva, la mano di Francoforte continuerà comunque a correggere la rotta dei mercati.

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