L’addio di Cingolani: «Nato difficile da smantellare, ma l’Europa si rafforzi»
di Celestina Dominelli
di Monica Zunino
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Bit Savona rilancia il progetto - pronto e approvato nel 2013, ma rimasto fermo fra proteste, procedure, interpretazioni e relative cause alla giustizia amministrativa - per arrivare finalmente a realizzare nel porto di Savona un deposito costiero per il bitume, necessario per asfaltare strade e autostrade e che, con la chiusura progressiva delle raffinerie, si produce sempre meno in Italia e in Europa e si importa di più.
Quindici milioni di investimento, 9 serbatoi, una capacità complessiva di 38 mila metri cubi, il deposito costiero dovrebbe sorgere sulle banchine dello scalo, dove il bitume arriverebbe via nave per essere poi stoccato e da lì trasportato alle fabbriche di asfalto. «Abbiamo aspettato 12 anni. Ci sentiamo presi in giro dalla politica. Ora vogliamo procedere. Il progetto è approvato a tutti gli effetti, ha ottenuto il parere favorevole della conferenza dei servizi nel 2013, abbiamo fatto tutto l’iter autorizzativo. E non è passato di moda, anzi diventa ogni giorno più strategico», spiega Francesco Giachino, la cui famiglia, titolare della Giachino Bitumi, è azionista al 45% di Bit (un altro 45% fa capo al gruppo Gavio e il 10% a operatori locali); e aggiunge che è pronto a subentrare, quando si partirà, anche il gruppo svizzero Gunvor, attivo nel trading delle materie prime energetiche.
La storia è complessa: approvato dalla Conferenza dei servizi, il progetto è rimasto per anni fermo fra proteste dei comitati cittadini, ripensamenti degli enti e pure la mareggiata che nel 2108 aveva distrutto il sito dove si sarebbe dovuto realizzare l’impianto. Nel 2022 Bit vince un ricorso al Tar, in cui accusava la Regione Liguria di avere sospeso per 10 anni, invece di 180 giorni, la conclusione della formalizzazione dell’intesa per il via libera. Poi lo scorso febbraio perde al Consiglio di Stato a cui si era appellata la Regione: ma la sentenza, sancendo che la Regione non è tenuta a pagare i danni, spiega che è proprio perché Bit poteva procedere «immediatamente», una volta acquisito il parere della conferenza dei servizi.
«Praticamente è colpa nostra che non siamo andati prima al Consiglio di Stato, ma avevamo deciso di collaborare con la Regione perché volevamo che tutto fosse fatto secondo le regole. Ora vogliamo procedere», dice Giachino.
«L’impianto - spiega - è strategico. Il bitume serve per asfaltare le strade e, ad oggi, non ci sono alternative. Negli ultimi anni l’Italia è passata dall’essere un mercato di export ad uno di import: hanno chiuso progressivamente quasi tutte le raffinerie. E i depositi costieri sono sempre più una necessità, perché il bitume si trasporta via mare. L’hanno capito Francia e Spagna che, mentre noi discutevamo con le autorità, ne hanno costruiti sei». Dal punto di vista tecnico «il deposito è stato progettato come uno dei più avanzati per la sicurezza del lavoro e ambientale, le cisterne sono a circolo chiuso, e ricordo che il bitume non è infiammabile, ha un flash point a 400 gradi, non è esplodente e non è cancerogeno».