Geopolitica

La Cina e lo sviluppo tra disuaglianze e difficoltà

Si è svolto nei giorni scorsi a Cambridge il China Forum di fine inverno, incontro preparatorio dell’annuale Celp – China executive leadership programme, che a luglio riunisce ormai dal 2000 le maggiori imprese cinesi a confronto con i maggiori gruppi industriali occidentali.

di Patrizio Bianchi

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Si è svolto nei giorni scorsi a Cambridge il China Forum di fine inverno, incontro preparatorio dell’annuale Celp – China executive leadership programme, che a luglio riunisce ormai dal 2000 le maggiori imprese cinesi a confronto con i maggiori gruppi industriali occidentali. L’anno scorso aprii il Celp 2023 insieme a Partha Dasgupta, evidenziando le tensioni che si stavano già chiaramente accumulando a livello mondiale; al China Forum di questi giorni ho dovuto sottolineare i rischi ormai evidenti per lo sviluppo e la pace, che saranno il tema che affronteremo a luglio ’24, anche con il contributo,
tra gli altri, di Jeffrey D. Sachs. D’altra parte proprio l’accumularsi di queste tensioni rendono ancor più rilevante questo incontro annuale, in cui confrontarsi e mantenere aperte le vie del dialogo anche nei momenti più difficili.

La Cina sta vivendo una fase indubbiamente complessa, in cui nonostante le dichiarazioni delle autorità cinesi, i tassi di crescita da anni vanno rallentando. La corsa, che ha portato il Paese più popoloso al mondo da livelli di povertà assoluta ad un valore pro-capite superiore alla media mondiale, sia pure ancora molto lontani dai valori europei e statunitensi, sta presentando segni di affanno, mentre le contraddizioni di una crescita ultraveloce si stanno evidenziando chiaramente in un corpo sociale che ha subìto in questi ultimi trenta anni cambiamenti straordinari.

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Si ricordi che nel 1978, anno in cui Deng Xiao Ping, sconfiggendo gli ultimi maoisti, aprì la Cina al mondo, il reddito pro capite dei cinesi era di 158 dollari all’anno, quindi meno di 50 centesimi al giorno. Dopo 27 anni, nel 2005 quando venne siglato il World Trade Agreement che apri l’intero mondo al commercio globale, il reddito medio per persona in Cina era cresciuto a 1.753 dollari annui. In quel tempo la Cina era un Paese in crescita che attraeva capitali dall’estero ed in particolare proprio dagli Stati Uniti, che decentravano in particolare nelle province costiere e meridionali intere fasi di produzione, attratti dai bassi costi del lavoro in cambio di formazione e trasferimento tecnologico.

Dal 2005 al 2022 il reddito pro-capite annuo della Cina è salito a 12.720 dollari, in un contesto mondiale totalmente mutato. Con la crisi del 2008 tramonta la fiducia nella stabilità del mercato mondiale e quindi nella possibilità di gestire catene del valore globali ed inizia la cosiddetta “ansia da dipendenza”, quindi la tendenza a “riportare a casa” le fasi produttive a lungo decentrate nel Far East. D’altra parte da allora anche la Cina è cambiata e da “fabbrica del mondo” è divenuta leader in competizione diretta con gli Stati Uniti. Del resto anche la società cinese è cambiata: l’età media in Cina è arrivata a 37 anni, prossima ai 38 degli Usa e l’attesa di vita in Cina è arrivata a 76 anni, livello a cui dopo la pandemia si sono scesi anche gli Stati Uniti.

Questi valori sono tuttavia segnati da diseguaglianze e contraddizioni crescenti, sia territoriali che di reddito. La crescita continua a concentrarsi essenzialmente tra Pechino, Shangai e le province costiere, mentre il resto dell’immenso Paese ha livelli molto più contenuti di crescita. Per intendersi se il Prodotto lordo medio per persona della Cina nel 2022 era di poco più di 85 mila yuan all’anno, come dire circa 10.800 euro, a Pechino era oltre 190 mila yuan pari a circa 25 mila euro, ma in tutte le altre province, si riduceva ed inoltrandosi nell’interno raggiungeva a malapena i 44 mila yuan, pari a circa 5.600 euro.

D’altra parte la Cina presenta oggi un elevato indice di diseguaglianza sociale. Secondo le stime della Banca Mondiale, il 10% della popolazione controlla quasi il 41,7% del reddito nazionale, raggiungendo quindi un livello molto vicino al 45,5% degli Stati Uniti: un indice di diseguaglianza che è aumentato rapidamente fino al 2010 per poi consolidarsi stabilmente a livelli difficilmente giustificabili in una repubblica popolare.

Per quanto le autorità cinesi stiano rispondendo alle indubbie difficoltà interne enfatizzando i caratteri repressivi, come affrontare e gestire le diseguaglianze interne sarà il tema più rilevante per i prossimi anni della Repubblica Popolare e ne determinerà anche i comportamenti a livello internazionale. Una lettura attenta ed in profondità della realtà cinese da parte dell’Unione europea, diviene quindi essenziale per capire le nostre prossime mosse nei confronti del gigante asiatico.

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