«La Cina ormai ci supera nelle fabbriche. La Ue riscopra il suo cuore industriale»
Il presidente esecutivo di Brembo spiega che «il Dieselgate ha impresso un’accelerazione verso l’auto elettrica e il blocco di regole unilaterali ha colpito il settore»
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«Dal 2000, vado almeno due volte all’anno in Cina. Abbiamo impianti industriali, accordi commerciali, partnership tecnologiche. Il salto che ha compiuto la Cina è siderale. Brembo è una società manifatturiera. La nostra casa sono le fabbriche. Ma un conto sono gli impianti di aziende occidentali là. Un altro conto sono quelli delle aziende cinesi nel loro Paese. Queste fabbriche hanno cambiato natura. Fino al 2010 erano arretrate e mal gestite, perfino disordinate e caotiche. Adesso no. Lo stabilimento medio cinese è più avanzato nelle tecnologie di quello europeo o americano ed è tenuto, per ordine e cura, bene quanto quelli occidentali».
Matteo Tiraboschi, classe 1967, è presidente esecutivo di Brembo. La società fondata dalla famiglia Bombassei – questa settimana protagonista nelle cronache finanziarie con la decisione di vendere, dopo quattro anni, il 5,58% del capitale di Pirelli – ha un radicamento italiano e una espansione costante all’estero che la rendono un organismo tecno-industriale dotato di sensori intelligenti per il rilevamento delle grandi spinte evolutive negli Stati Uniti e in Cina e per i grandi smottamenti in Europa.
Siamo al ristorante Ponte di Briolo, a Valbrembo.
In questa terra, fra la montagna e la pianura lombarda, nel 1961 è iniziata la storia della Brembo, fondata in una ex stalla nel piccolo borgo di Paladina da Emilio Bombassei, padre di quell’Alberto Bombassei che ha trasformato una impresa con poche decine di miliardi di fatturato (in lire) in una multinazionale con diversi miliardi di fatturato (in euro).
L’oste Augusto Assolari si muove con rapidità in un locale che esiste dal 1876.


