La «Commedia» più bella del mondo
Il prezioso codice miniato del poema realizzato per Federico da Montefeltro a Urbino è conservato nella Biblioteca Vaticana
di Ambrogio M. Piazzoni
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Lo splendido manoscritto oggi noto come Dante Urbinate si deve all’iniziativa di Federico da Montefeltro. È un’opera straordinaria, specialmente ma non solo sotto il profilo artistico, così come straordinario fu il suo committente, personaggio fra i più notevoli del suo tempo. Si ritenne sempre figlio illegittimo di Guidantonio, conte di Urbino con signoria in diverse zone tra Umbria, Marche e Romagna, ma il piccolo Federico, benché presto legittimato con bolla papale, non ebbe a corte un’infanzia favorevole, specie dopo che dal matrimonio del padre con Caterina Colonna era nato il legittimo Oddantonio.
Allontanato da Urbino e affidato a locali signori amici, negli anni della prima giovinezza uscì dal ristretto orizzonte delle colline marchigiane e soggiornò a Venezia (ostaggio della Repubblica per un complicato accordo di pace) e soprattutto a Mantova, ospite dei Gonzaga, dove seguì con profitto gli insegnamenti dell’umanista Vittorino da Feltre apprendendo le discipline letterarie e la filosofia.
Amante dell’arte della guerra, si era poi dedicato alla redditizia professione di comandante di compagnie militari, ponendosi al servizio dei desideri espansionistici delle varie signorie territoriali dell’Italia centro-settentrionale. Riuscì ad accumulare in pochi decenni una ricchezza e un prestigio ragguardevoli. I successi militari, uniti a una notevole abilità politica, lo portarono, dopo l’assassinio del fratellastro Oddantonio, a diventare egli stesso signore di Urbino, prima con il titolo di Conte e poi, dal 1474, con l’ambito titolo di Duca.
Il sogno di una città ideale
Federico coltivò il sogno di trasformare la capitale del suo territorio in una città in qualche modo ideale, che fosse faro di cultura e patria delle arti. Nel notevole Palazzo Ducale che fece realizzare da Luciano Laurana, un architetto dalmata che aveva appreso la lezione di Leon Battista Alberti, il signore di Urbino raccolse una biblioteca fra le più interessanti e significative del suo tempo, una vera biblioteca principesca che poteva fare a gara con le analoghe collezioni che si trovavano a Firenze e a Pavia. Iniziata con alcuni libri di famiglia, un centinaio, raggiunse con lui il ragguardevole numero di quasi 900 codici, la maggior parte latini, ma anche volgari francesi e italiani, greci, ebraici e arabi, come testimonia l’antico inventario della biblioteca.
Ottaviano Ubaldini della Carda e Battista Sforza
Uomo dotto e intelligente, e anche ben consigliato dall’amico fraterno Ottaviano Ubaldini della Carda e dalla seconda moglie Battista Sforza, acquistò codici importanti sul mercato ma soprattutto seppe commissionare nuovi manoscritti sia rivolgendosi a grandi botteghe librarie, come quella fiorentina di Vespasiano da Bisticci, sia incaricandone direttamente copisti e illustratori. I manoscritti da lui fatti realizzare erano per lo più di lusso, curati nei particolari, a partire dalla qualità della pergamena per continuare con l’eleganza dell’accurata impaginazione ove abili copisti disponevano il testo scritto e per terminare con l’apporto di artisti, decoratori, legatori.

