Materie prime

La crisi energetica risveglia la corsa dei prezzi dei metalli

Alluminio e zinco di nuovo in tensione: le fonderie europee tagliano la produzione. Il nickel, sempre più richiesto per le batterie, tocca il record da 10 anni e il rame torna sopra 10mila dollari

di Sissi Bellomo

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Dopo i forti rialzi del 2021 i metalli industriali hanno inaugurato il nuovo anno con un nuovo strappo verso l’alto dei prezzi. Protagonista principale in questi giorni è il nickel, impiegato nel settore tradizionale della siderurgia, per l’acciaio inox, e oggi sempre più richiesto anche per le batterie, che è volato ai massimi da dieci anni, fino a toccare un picco di 22.745 dollari per tonnellata nella seduta di mercoledì 12 al London Metal Exchange.

Al record storico è andato per l’ennesima volta lo stagno, ormai arrivato a scambiare a 41.545 dollari per tonnellata. Ma in generale è tutto il listino dei non ferrosi ad essere di nuovo in fibrillazione, compreso il rame, che per la prima volta da ottobre è tornato a bucare la soglia psicologica dei 10mila dollari per tonnellata.

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E poi ci sono alluminio e zinco, tenuti in tensione da una sempre più accentuata scarsità sul mercato europeo: le fonderie consumano enormi quantità di energia e i tagli di produzione si stanno moltiplicando sulla scia della vertiginosa impennata dei prezzi del gas e dell’elettricità.

METALLI NON FERROSI

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Nel caso dell’alluminio in particolare, Bank of America calcola che l’Europa – già dipendente dall’estero per le forniture – abbia perso in meno negli ultimi mesi 650mila tonnellate di capacità produttiva e che rischi di perderne fino a 900mila (su un totale di circa 4,5 milioni di tonnellate).

Almeno in parte la produzione non tornerà presto disponibile, nemmeno se il costo delle bollette si riducesse a livelli più accettabili. Alcoa per esempio ha già deciso che la fonderia spagnola di San Ciprian, la seconda per dimensioni in Europa, riaprirà non prima del 2024, quando conta di alimentarla con fonti rinnovabili.

Le quotazioni dell’alluminio, che pure sono tornate a testare il livello di 3mila dollari per tonnellata, non riflettono appieno le difficoltà di approvvigionamento. Bisogna guardare piuttosto ai premi che gli europei stanno pagando per rifornirsi sul mercato fisico: questi (che si aggiungono al prezzo Lme) sono già ai massimi da 6 anni, sopra 400 dollari per tonnellata nel Nord Europa, dopo essere aumentati del 40% da inizio dicembre 2021.

L’ascesa dei prezzi dei non ferrosi al London Metal Exchange non è un fenomeno nuovo: il rally è cominciato nella primavera del 2020, quando ancora le attività industriali stentavano a riprendersi dopo la paralisi imposta dalla pandemia dal Covid.

Da allora non si è mai veramente interrotto e sta guadagnando fiato, perché le scorte nei magazzini della borsa londinese si stanno riducendo a un ritmo allarmante. Segno che la domanda continua ad essere forte, dopo l’intensa fase di ristoccaggio che era seguita alla fine dei lockdown. E soddisfarla è difficile. Un problema che potrebbe accentuarsi in futuro per tutti quei metalli che servono alla mobilità elettrica e alla transizione verde.

Sul fronte dell’offerta intanto continuano a pesare, solo lievemente attenuati, anche i colli di bottiglia nella catena logistica, cui si è aggiunta più di recente la crisi energetica, che ha bloccato molte produzioni metallurgiche prima in Cina e poi in Europa.

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