La cura dello sguardo, per imparare a non passare inosservati
Dobbiamo permettere a chi vive accanto a noi di guardarci cogliendo moti, espressioni e passioni che sembrano superflue (ma in realtà non lo sono)
di Costanza Biasibetti *
4' min read
4' min read
Mi piace infilare nei buchi di tempo, tra una riunione e l’altra, la visita a qualche mostra d’arte o fotografia: mi aiuta a ricordare costantemente di ampliare gli orizzonti, di guardare un po’ più in là del mio naso, di lasciare uno spazio di sfiato e d’ascolto anche nei periodi più densi. Solo ispirata dal nome e dal titolo, Inedita, ho riservato un’ora alla mostra di fotografia dedicata a Vivian Maier, visitabile al Palazzo Reale di Torino. Di lei sapevo poco o nulla e la sua storia mi ha da subito affascinato: una vita passata totalmente inosservata come bambinaia, fino alla scoperta nel 2007 del suo immenso e poliedrico corpus fotografico in una serie di bauli in soffitta.
Mi sono chiesta: quante passioni della nostra vita, quanti lati del nostro carattere, per quanto straordinari, non riusciremo a far emergere? Cosa vogliamo raccontare di noi, come professionisti, come persone? Non si tratta, a mio parere, di segreti da custodire, ma di sguardi da curare: per guardare gli altri (persone, colleghi, strade, situazioni complesse e non) con occhi attenti, curiosi e non invadenti. Ma anche per permettere a chi vive accanto a noi di guardarci attraverso, cogliendo moti, espressioni e passioni che sembrano superflue (ma in realtà non lo sono).
Riflettersi: la prima parte della mostra raccoglie diverse immagini fotografiche e pellicole nelle quali Maier si autoritrae: si riflette nelle pozzanghere, nelle finestre, negli specchi parabolici. Significativo che, per curare lo sguardo, sia necessario partire sempre e comunque da se stessi, da come ci vediamo noi, da come ci vedono gli altri. In particolare, da come ci lasciamo riflettere e influenzare dallo spazio che abitiamo, dai contesti che frequentiamo, dalle città in cui viviamo e dai luoghi in cui lavoriamo. Non possiamo guardare al di fuori di noi se prima non guardiamo a noi (anche se a volte serve innescare circoli virtuosi di sguardi, in cui risulta essenziale e importante anche lasciarci guidare e motivare dagli spazi stessi e specialmente dalle persone che ci guardano).
Un inventario di gesti nascosti: Maier fotografa le persone senza avvisarle, da un punto di vista inusuale e cioè tenendo la macchina fotografica all’altezza della vita, desiderando cogliere la verità profonda ed immediata delle cose, avvicinandosi alle persone senza filtri. Lei si interessa in particolare agli individui che si collocano in uno spazio/tempo sospeso: individui in disparte, in attesa, che camminano o parlano. Maier predispone un inventario visuale dei loro gesti, codificandone un linguaggio silenzioso. Gesti furtivi, espressioni malcelate, movimenti impercettibili: quante volte, nella nostra vita personale e professionale, fatichiamo ad avere uno sguardo non filtrato, attento anche alle dimensioni poco visibili ma che potrebbero darci informazioni utili per conoscere le persone che incontriamo?
Foto d'infanzia: l’iinfanzia è il luogo di tutte le immaginazioni e le illusioni, il posto in cui la realtà si trasfigura e allena lo sguardo alla scoperta piuttosto che all’osservazione. Come se il visibile fosse in sé una scoperta sempre rinnovata, un gioco senza regole in cui tutto è possibile. Maier, governante per quasi quarant’anni, impara dai bambini il moto della sorpresa; e se per noi risulta complesso portare in ufficio bambini e ragazzi o apprendere da loro direttamente la tassonomia dello stupore, almeno possiamo accoglierne lo spunto di ricerca, forti anche di una nuova quotidianità lavorativa che ci ha portato in questi anni a nuovi orari e spazi condivisi tra grandi e piccoli. Voler curare lo sguardo ci invita ad essere non solo osservatori, ma esploratori attivi di nuove dinamiche e curiosi adepti della destrutturazione delle attività comuni.


