Industria tessile

La denuncia delle comunità andine: «Vogliamo il giusto compenso per la lana delle nostre vicuñe»

Una delle fibre più preziose del mondo al centro di un’inchiesta di Bloomberg che coinvolge Loro Piana: il prezzo dei prodotti in vicuña del marchio del gruppo Lvmh è giudicato troppo lontano da quanto le comunità guadagnano per raccogliere il vello degli animali

di Chiara Beghelli

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Nella riserva nazionale di Pampas Galeras, a oltre 3mila metri di altitudine sulle Ande Peruviane, precisamente nel dipartimento di Ayacucho, in giugno le comunità locali si radunano per il Chacku, parola quecha che indica le celebrazioni del rito plurisecolare della tosature delle vicuñe, camelidi dal pelo talmente sottile e morbido che un tempo i tessuti realizzati con quella fibra erano riservati solo ai re Incas. Una preziosità che nel tempo ha attratto i cacciatori di frodo, che hanno decimato la popolazione delle vicuñe, fino almeno agli anni Sessanta, quando i governi dei Paesi andini si resero finalmente conto del pericolo di estinzione dell’animale e trovarono un modo per proteggere sia le vicuñe sia le comunità abitanti in una delle zone più povere del Sudamerica, che in quel prezioso vello trovavano sostentamento economico.

Il tradizionale “Chacku”, festa della tosatura delle vicuñe

Tuttavia, uno studio del 2022 intitolato “Le vicuñe come problema del governo”, realizzato dal Consiglio Nazionale di Investigazioni Scientifiche e tecniche del governo argentino, denunciò come «senza dubbio, alle comunità andine arriva circa il 3% del valore generato dalla filiera della fibra di vicuña. La filatura della fibra impone infatti tecnologia di alta precisione e costi, che possono permettersi solo grandi gruppi tessili internazionali, che si appropriano dunque del valore generato. I regolamenti dei governi e gli accordi nazionali e internazionali sono inefficaci per garantire che l’approvvigionamento della fibra possa andare a vantaggio delle popolazioni andine».

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Un’inchiesta multimediale pubblicata nei giorni scorsi da Bloomberg ha riacceso l’attenzione su questa discrepanza, raccogliendo le voci delle comunità della provincia di Lucanas nella riserva di Pampa Galleras, storicamente impegnate nella tosatura delle vicuñe, che parlano senza mezzi termini di «un’ingiustizia». La stessa inchiesta identifica anche in Loro Piana, l’azienda tessile e il marchio di abbigliamento piemontese dal 2013 parte del gruppo Lvmh, la causa principale di questa «ingiustizia», poiché, si legge, «per un maglione venduto a 9mila dollari alle comunità ne vanno circa 300». Una differenza che ha scatenato accese proteste sui social di Loro Piana, in queste ore invasi da commenti molto duri.

Per andare alle radici di questa vicenda bisogna risalire appunto agli anni Sessanta, quando i Paesi che ospitano l’habitat della vicuña, dunque la zona di Puna o Altiplano nelle Ande Centrali, che si suddivide fra Perù, Bolivia, Cile, Argentina e Ecuador, decisero di proteggere gli animali, decimati dalla caccia di frodo (al tempo proveniente soprattutto dalla Gran Bretagna) per accaparrarsi il loro prezioso vello. La preziosità è data dal fatto che la sua fibra ha un diametro fra i più sottili in assoluto, 13 micron, a differenza di quella della merinos, la lana più diffusa al mondo, che ne ha circa 17, ma anche dal fatto che gli animali vivono in libertà, radunarli per tosarli è molto difficile, la tosatura si può effettuare ogni tre anni e da ogni animale si può ricavare pochissima lana, tanto che per una maglia occorre il vello di circa 6 animali.

Per questo, nel 1984 il governo peruviano decise di rilanciare l’economia della vicuña, stabilendo che le comunità che vivevano nei territori popolati dai camelidi potessero tosarle e vendere il loro vello per sostentarsi. Una situazione di vantaggio reciproco, per esseri umani e animali. Ed è a questo punto che Loro Piana si fa avanti, avendo dal governo il permesso di poter acquistare la lana dalle comunità. Sul sito di Loro Piana, un testo del 2015 spiega infatti che «nel 1984, con l’approvazione del governo peruviano, Loro Piana ha stretto un partenariato esclusivo per proteggere la specie usufruendo al contempo della fibra che essa produce. Al fine di reintrodurre la vicuña nel mercato internazionale, Loro Piana ha costituito un consorzio con le popolazioni locali e le autorità governative. Finanziato dai proventi dell’attività Loro Piana, il programma garantisce l’applicazione di pratiche tradizionali rispettose dell’ambiente naturale dell’animale, del suo benessere e della sua libertà».

Nel 2000 il governo peruviano decise di permettere alle aziende private di comprare il vello direttamente da ogni proprietario che avesse vicuñe nella sua terra. Dunque si potevano anche comprare a ottimo prezzo ettari e ettari di queste terre, peraltro chiudendo gli animali in delle enormi gabbie chiuse da reti, gabbie non usate dalle comunità andine. Nel 2008 Loro Piana apre la prima riserva naturale privata del Perù, 2mila ettari intitolati a Franco Loro Piana, pagando circa un milione di dollari. Il numero delle vicuñe, si legge sempre nel sito della maison, «ha vissuto un intenso incremento demografico, che ha permesso alla popolazione di raddoppiare dal 1998 ad oggi». Nel 2013, poi, Loro Piana ha esteso il progetto all’Argentina, acquistando per 1,6 milioni di dollari i diritti di tosatura per le circa 6mila vicuñe residenti in un’area di 850 chilometri quadrati, acquisendo il 60% dell’azienda argentina Sanin che aveva in uso quel territorio.

Il punto dell’inchiesta di Bloomberg è che Loro Piana, avendo esteso le sue proprietà, non avrebbe solo causato un crollo del prezzo di vendita della lana venduta dalle comunità, ma non pagherebbe neppure un compenso adeguato alle comunità stesse per la loro lana di vicuña. Gli intervistati, che lavorano in condizioni durissime fra gelo e altitudini estreme, denunciano che la loro paga ammonta a poche decine di dollari, non solo totalmente insufficienti per un sostentamento, ma anche lontanissime dal permettere un’evoluzione della loro filiera. Va detto che i pagamenti sono gestiti e distribuiti dai vertici delle comunità stesse. Secondo uno studio del 2018 dell’università di Huancavelica citato da Bloomberg, l’80% dei membri delle comunità di Lucanas affermava di non aver avuto alcun beneficio economico dalla vendita della lana di vicuña. Citando i dati della Serfor, l’autorità nazionale forestale del Perù, se nel 2016 le comunità di Lucanas guadagnavano 400 dollari per ogni kg di lana di vicuña, nel 2022 sono scesi a circa 320.

«Tutto questo è permesso dal governo peruviano», sottolinea l’inchiesta statunitense, evidenziando insieme la necessità che siano le istituzioni stesse a favorire lo sviluppo della filiera locale e nazionale della lana di vicuña: per esempio, investendo su macchinari adeguati per la loro filatura e tessitura, ma anche in iniziative di promozione che possano dare il giusto risalto ai prodotti realizzati dalle comunità e permettere finalmente loro di aspirare a condizioni di vita e di lavoro più giuste, dignitose e adeguate alla preziosità di quello che producono e proteggono.

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