La destra nazionalista vince grazie all’insicurezza
Le migrazioni sono diventate una sorta di ansia collettiva condivisa da cittadini di Paesi diversi
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In Austria, nelle elezioni parlamentari che si sono tenute domenica 29 settembre, si è registrato il successo spettacolare del partito dell’estrema destra nazionalista (Partito della libertà, Freiheitliche Partei Österreichs, o FPÖ), divenuto il primo partito nazionale con quasi il 29 per cento dei voti. Il successo del FPÖ segue quello di Alternativa per la Germania (Alternative für Deutschland o AfD) nelle elezioni dei Länder orientali (Turingia e Sassonia, il 1° settembre; Brandeburgo, il 22 settembre), del Partito per la libertà olandese (Partij voor de Vrijheid o PVV) nelle elezioni legislative del 22 novembre 2023, oltre che quello dei partiti della destra nazionalista in Italia (Fratelli d’Italia, FdI) nelle elezioni del 25 settembre 2022 e in Francia (Rassemblement National o RN) nel secondo turno delle elezioni presidenziali del 24 aprile 2022.
Come interpretare l’ascesa della destra nazionalista? Distinguendo tra elettori e partiti. Per quanto riguarda i primi, non si possono considerare “neo-nazisti”, in Austria, 1.408.514 elettori che hanno votato per FPÖ; oppure, in Germania, 396.704 elettori che hanno votato per AfD in Turingia, 719.279 elettori che hanno votato per AfD in Sassonia, 438.811 elettori che hanno votato per AfD in Brandeburgo. Né si possono considerare “neo-fascisti”, nei paesi Bassi, 2.450.878 elettori che hanno votato per PVV; oppure, in Italia, 7.300.628 elettori che hanno votato per FdI alla Camera e 2.464.176 elettori che hanno votato per la Lega sempre alla Camera; oppure in Francia, 13.297.720 elettori che hanno votato per il RN. Di sicuro, tra quei milioni di elettori, ci sono nostalgici dei vecchi regimi autoritari che l’Europa ha conosciuto tra le due guerre mondiali, così come ci sono sostenitori dei nuovi regimi autocratici che sono emersi con la fine della Guerra Fredda (in Russia, in Turchia).
Tuttavia, sono state altre preoccupazioni a spingere milioni di persone verso la destra nazionalista. In particolare, l’insicurezza suscitata dall’immigrazione. Secondo un sondaggio dell’Eurobarometro precedente l’elezione del Parlamento europeo del giugno scorso, in Germania ben il 44% degli intervistati indicò l’immigrazione come il principale problema del Paese (mentre, prima delle elezioni del 2019, il 55% aveva indicato il cambiamento climatico come il principale problema). L’insicurezza generata dall’immigrazione è percepita anche là (come nei Länder della Germania orientale) dove gli immigrati sono pochi e generalmente integrati. L’immigrazione è diventata la fonte di un’ansia collettiva che si aggiunge ad una più generale insicurezza sul presente e il futuro delle nostre società. Tale insicurezza è vissuta diversamente in base alle diverse storie e predisposizioni nazionali, ma è condivisa dai cittadini di Paesi diversi.
Ed è qui che intervengono i partiti della destra nazionalista, efficaci nel mobilitare quella insicurezza per fare avanzare la loro agenda. Quell’agenda ha la sua fonte di ispirazione nelle esperienze autoritarie del secolo scorso, ma è presentata come una proposta nuova. Proteggere il popolo autoctono dalla minaccia immigratoria attraverso la chiusura delle frontiere. Ciò implica la messa in discussione della nervatura liberale sia delle democrazie nazionali che della loro aggregazione sovranazionale nell’Unione europea (Ue), nervatura finalizzata a garantire il rispetto dei diritti individuali e dei principi legali internazionali. Contrariamente al secolo scorso, quei partiti hanno accettato la democrazia elettorale, ma non il liberalismo giuridico, riportando alla superficie una divisione, sullo stato di diritto, che si pensava conclusa dopo i disastri della guerra e dell’Olocausto. Le nuove democrazie emerse nell’Europa occidentale postbellica, infatti, si erano dotate di meccanismi istituzionali per proteggere la rule of law, precondizione della stessa democrazia elettorale.
Le istituzioni interne dello stato di diritto e le istituzioni esterne dell’integrazione europea hanno dato vita a “democrazie vincolate” (come le ha definite la costituzionalista Signe Rehling Larsen) in cui il popolo è sovrano, ma entro precisi limiti. È a questa forma di sovranità limitata che la destra nazionalista si oppone, per sostituirla con una sovranità libera da vincoli in cui ogni popolo nazionale possa decidere autonomamente come difendersi dagli allogeni. Il successo elettorale delle campagne anti-immigrazione della destra nazionalista ha finito per influenzare anche i partiti mainstream che a poco a poco hanno assunto posizioni sempre più restrittive sul problema. Si pensi ai partiti tedeschi, favorevoli (in gradi diversi) a chiudere selettivamente le frontiere, mettendo in discussione uno dei pilastri del mercato singolo (la libera circolazione degli individui attraverso lo Spazio di Schengen) e prendendo le distanze dal “Patto sulla migrazione e l’asilo” appena approvato dall’Ue.


