La destra segue sempre la sinistra… in economia aziendale
La Borsa si occupa della destra dello stato patrimoniale dove ci sono le fonti di finanziamento dell’impresa, principalmente capitale dei soci e debito oneroso, mentre gli imprenditori della sinistra dove ci sono investimenti materiali ed immateriali, magazzino, crediti verso i clienti
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Da tempo familyandtrends sostiene che la Borsa sia di destra e gli imprenditori di sinistra: la Borsa si occupa della destra dello stato patrimoniale dove ci sono le fonti di finanziamento dell’impresa, principalmente capitale dei soci e debito oneroso, mentre gli imprenditori della sinistra dove ci sono investimenti materiali ed immateriali, magazzino, crediti verso i clienti etc. familyandtrends ha avuto occasione di partecipare a due presentazioni del libro di Gianni Tamburi, “Fare sistema in Italia”, dove l’autore un imprenditore della finanza e quindi di sinistra e di destra, affronta in modo attuale e sostanziato da corpose analisi come mettere insieme impresa e finanza. Il testo che suggerisce alcune considerazioni.
Partendo da sinistra, il contesto non è molto incoraggiante. Il debito costerà stabilmente un po’ più caro del primo quarto di secolo; come diceva Karl Otto Pohl, presidente della Bundesbank: “l’inflazione è come il dentifricio: una volta che è fuori dal tubetto rimetterlo dentro richiede tempo e pazienza”. I fondi di private equity hanno comprato a multipli alti, stanno accumulando capitali non investiti, e avranno bisogno di tempo per vendere il magazzino di partecipazioni, di tempo però non ce ne è molto perché quegli investimenti sono stati fatti a leva e ora la leva costa. Con il motore dei private equity ingolfato, chi vuole aprire il capitale ci metterà più tempo e avrà offerte meno allettanti dal “capitale privato”. Resta la borsa: quella italiana però è piccola e sottile. Piccola perché capitalizza circa 700 miliardi, per avere un metro di confronto il nostro PIL è circa 2,2 mila miliardi di euro, i magnifici 7 titoli tech americano valgono circa 17 mila miliardi di dollari. La sola Apple vale più di 5 volte della nostra borsa, sarà merito delle sue tecnologie ma anche di un mercato più grande in cui è quotata. La borsa è, inoltre, sottile nel senso che gli scambi sono pochi, circa 2,3 miliardi al giorno, e fatti da un numero di operatori non grande, circa 2.000 internazionali e 50 italiani. Nei segmenti dedicati alle medie imprese gli operatori non sono neanche 200, rendendo l’ingresso e gli scambi ancora più difficili quando si approda alla borsa da piccoli.
Per modificare la situazione sono necessarie decisioni di sistema e di portata nazionale o europea. Si potrebbe pensare ad un unico mercato finanziario europeo, che un po’ come l’euro, potrebbe far diventare il vecchio continente un hub per gli investimenti: non sembra di facile realizzazione. Si potrebbe incentivare l’offerta con crediti di imposta o contributi per le spese di quotazione, lo ha fatto la Lombardia, o incentivare la domanda offrendo agevolazioni fiscali agli investitori, lo si è fatto per start up: così si può intervenire per eliminare un “fallimento del mercato” ma non si crea un mercato che funziona. La soluzione più facile, ma non facile, sarebbe di portare i risparmi del nostro Paese ad essere investiti nelle nostre imprese. 1,3 mila miliardi su 5,5 mila di ricchezza mobile, i.e. non immobiliare, italiana è in depositi bancari e supporta il nostro sistema bancario per offrire debito, si potrebbe trasformare una parte in equity? Buona parte di quei 5,5, mila miliardi sono, inoltre, gestiti da quei 2.000 operatori internazionali che raccolgono i nostri risparmi e solo in parte li reinvestono nel nostro Paese. Si potrebbe stimolare i risparmiatori italiani ad assicurarsi che i loro soldi siano gestiti da operatori italiani che possono investire nelle nostre imprese con maggior conoscenza del nostro sistema industriale?
Passando agli argomenti di destra, il libro di Tamburi approfondisce il menu a disposizione degli imprenditori per fare sistema, in base a quanto ci si impegna dal punto di vista del capitale e della governance: fusioni e concambi, aperture a capitali di terzi, club deal, joint venture, reti d’impresa, distretti industriali. Sta alle singole imprese e ai loro proprietari scegliere la soluzione migliore, in fondo non si può certo dire che in Italia si difetti di creatività. Inoltre il voto plurimo ci ha liberati dal feticcio del 51%, sull’altare del quale sono state sacrificate tante operazioni che avevano gran senso industriale: a parte per una delle parti nella fusione, in tutti gli altri casi l’imprenditore può raccogliere capitali andare sotto il 51% e continuare a fare il suo mestiere con libertà decisionale.
Guardando a sinistra e a destra e chiedendosi come avere più crescita nelle nostre imprese sembra di trovarsi di fronte a un cane che si morde la coda, ma in realtà, come per il cane, la soluzione parte dalla testa, dalla sinistra nel nostro caso: se gli imprenditori e le famiglie proprietarie avranno la creatività ed il coraggio per perseguire nuove opportunità, la finanza seguirà come ha sempre seguito le interessanti iniziative promosse da imprenditori credibili e promettenti.


