L’isola contesa

La Groenlandia, l’Eldorado bianco che Trump vorrebbe sottrarre agli inuit

L’11 marzo si vota il rinnovo del Parlamento. Ne conseguiranno scelte politiche e tempi per l’indipendenzadalla Danimarca, che potrà essere immediata o graduale. Ma l’incubo degli Stati Uniti allarma i 57mila cittadini groenlandesi

di Roberto Da Rin

Due persone si dirigono verso il centro della città lungo una passerella a Nuuk, Groenlandia. La Groenlandia, territorio autonomo danese, terrà elezioni legislative l’11 marzo. (Photo by Odd ANDERSEN / AFP)

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Gli ultimi trenta minuti del volo che collega Reykjavik a Nuuk, l’Islanda alla Groenlandia, consentono una veduta dall’alto, che forse è una visione immaginifica: le geometrie irregolari dei piccoli iceberg e i giochi di luce di una regione quasi artica, sono un lifting dell’anima.

La strada che collega l’aeroporto alla piccola cittadina di Nuuk, la “capitale” della Groenlandia, è ghiacciata, il silenzio ancestrale violato solo dal picchiettio delle gomme chiodate dell’auto. Un raggio di sole trapassa i finestrini del taxi, ma è un pomeriggio di perturbazioni: c’è neve nell’aria (qanik), neve per terra (aput), e cumuli ai lati della carreggiata (apusiniq). La lingua inuit possiede almeno 20 parole per definire la neve, ma la questione è aperta: il linguista David Harrison, nel suo libro “The last speakers”, sostiene che siano più di 90 le parole usate dagli eschimesi per dire neve.

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Dopo aver costeggiato il porto, quello dei pescherecci, c’è un solo edifico che si staglia all’ora del tramonto: Arctic Command. (Comando Artico). Come a ricordare che nell’isola contesa, non siano gli inuit a comandare. Il primo accordo tra Stati Uniti e Danimarca risale al 1951, rinnovato nel 2004, sancisce il controllo militare di Washington sull’isola la cui superficie è sette volte quella dell’Italia con una popolazione di 57mila persone.

Poche settimane fa Donald Trump ha avuto il (de)merito di dire chiaro, «voglio comperare la Groenlandia». A reti unificate, affinché non ci fossero fraintendimenti né a Mosca, né a Pechino e neanche a Copenhagen. La Groenlandia, va ricordato, è un protettorato della Danimarca. Ecco perché gli accordi di sovranità militare americana, già vigenti, rendono «assurde» le dichiarazioni di The Donald. Lo dice Peter Viggo Jacobsen, docente al Royal Danish Defence College di Copenhagen.

Tra pochi giorni, l’11 marzo, a Nuuk si vota e ciò avviene in un momento di elevata tensione geopolitica. L’appuntamento per il rinnovo del parlamento monocamerale della Groenlandia ha riacceso il dibattito sull’indipendenza dell’isola; le minacce di Trump hanno generato, quasi fosse un riflesso pavloviano, la replica più prevedibile. Il governo danese ha fatto sapere di … «non essere interessato a vendere». Oggi un sondaggio condotto dalle società di ricerca Verian per il quotidiano Sermitsiaq in Groenlandia e per il danese Berlingske dice che solo il 6% dei residenti vorrebbe “appartenere” agli Stati Uniti, l’85% respinge con forza l’idea di diventare nipoti dello Zio Sam.

Jette, 38 anni, insegnante a Nuuk, ne dà una sintesi chiara : «Le popolazioni inuit non sono interessate a scambiare un “colonizzatore” (la Danimarca) con un altro (gli Stati Uniti) ».

Impossibile prevedere i prossimi eventi di politica internazionale ai tempi di Trump. L’unica certezza è la distanza siderale tra la cultura inuit e quella yankee. Quando Knud Rasmussen, esploratore e antropologo, definito il “padre dell’eschimologia” un secolo fa descrisse il rapporto con la natura, sempre matrigna, ostile, pronta a rapire vite, raccolse storie che è bene chiamare leggende. In verità sono veri e propri miti. «Non ci sono fate, né magie, ma mitologie quotidiane, nelle quali si riconoscono i gesti della vita di tutti i giorni» dice Bruno Berni, docente universitario e autore di saggi sulle letterature nordiche.

Lo scopo primario, nel rapporto con le entità che governano la natura – il ghiaccio, il clima, il mare – è ottenere l’apertura della banchisa e la ricchezza di prede; il contatto è assicurato dalla sciamano, cacciatore e intermediario con il mondo delle profondità del mare.

L’ultimo appuntamento con le urne risale all’aprile 2021. Attualmente il governo guidato dal primo ministro Múte Egede detiene 22 dei 31 seggi totali. La maggioranza di centrosinistra è composta dai 12 deputati di Inuit Ataqatigiit (Ia), il partito del premier, più i 10 di Siumut. Entrambe le formazioni sono favorevoli all’indipendenza; la prima (che difende da sinistra una posizione nazionalista) si batte per un distacco più rapido possibile dalla corona danese, i socialdemocratici spingono per un allontanamento graduale.

Le risorse

Le risorse minerali sono al centro del dibattito e i rapporti con la Danimarca si configurano in una palese dipendenza economica: Nuuk incassa ogni anno 500milioni di euro da Copenhagen eppure tra il premier groenlandese Mute Egede e quella danese Mette Frederiksen, i rapporti non sono affatto lineari. La Groenlandia si trova sotto il controllo del regno di Danimarca dal 1721. Dal 1814 al 1953 è stata una colonia di Copenaghen, mentre nel 1979 ha ottenuto lo status di territorio autonomo. Dal 2009 a Nuuk è riconosciuto il diritto di dichiarare l’indipendenza, mentre la Danimarca è responsabile di garantire la sicurezza dell’isola, che nonostante le ampie autonomie, non ha una voce in politica estera.

Uno dei temi centrali, a cavallo tra politica interna e internazionale, è il modello di sviluppo della Groenlandia. «Che non deve essere rigidamente estrattivo, né soverchiare la decisione della popolazione. Chiediamo delle procedure rigorose, sempre vagliate da chi abita le nostre regioni». E’ questa la linea espressa da Sara Olsvig, presidente dell’Icc (Inuit circumpolar council), una della più importanti organizzazioni non governative della regione artica che riuniscono 180mila Inuit di Alaska, Canada, Groenlandia e Ciukotka (Russia).

Eppure la questione dell’ indipendenza politica non è così semplice da dirimere. Anelata e auspicata da molti prevede l’immediata riappropriazione delle risorse dell’isola ma c’è chi esprime qualche riserva sulla capacità di gestione politica e amministrativa di una popolazione con tassi di istruzione molto bassi, impreparata a fronteggiare le insidie geopolitiche di questi anni.

Poche settimane fa il governo danese, in riferimento alle dichiarazioni di conquista della Groenlandia, ha annunciato 2 miliardi di dollari di investimenti per la «sicurezza nella regione artica». La stampa di Nuuk ha giudicato «irrispettosa e arrogante» la replica di Trump, puntellata solo dai rapporti di forza: « Hanno aggiunto un paio di cani e delle slitte, pensando sia una protezione». Alcuni politologi hanno definito questa postura politica: “plasmata di neo-oscurantismo”. Il popolo dei ghiacci è senza storia, la memoria è affidata ai miti. E nella contrapposizione tra l’eroe e le forze antagoniste dell’Artico è più importante difendersi dalla luce che dall’oscurità.

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