Mali, giunta e mercenari russi in bilico dopo il maxi-attacco di Jnim e ribelli
dal nostro corrispondente Alberto Magnani
di Fabrizio Onida
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La leadership europea di Mario Draghi si va delineando attraverso i vari incontri bilaterali e multilaterali previsti nel fitto calendario delle istituzioni comunitarie. L’emergenza migranti nel Mediterraneo – ancora sotto traccia, ma con forti rischi di implosione nel clima estivo – potrebbe essere occasione per un ulteriore consolidamento di tale leadership, pur mettendo a dura prova la capacità di Draghi di sciogliere un vero e proprio nodo gordiano.
La posta in gioco include sia il fragilissimo quadro di stabilità politica in Libia e nella retrostante grande regione dell’Africa sub-sahariana, principale origine dei flussi di esseri umani che cercano in tutti i modi di raggiungere la sponda settentrionale del Mediterraneo, sia il lontano obiettivo di un accordo pan-europeo sulla redistribuzione di profughi e migranti economici tra i 27 membri dell’Ue.
Non perdiamo comunque di vista alcuni dati che, contrariamente ad alcune tendenziose rappresentazioni mediatiche, non vedono l’Italia sovraesposta rispetto agli altri Paesi europei quanto ad assorbimento dei flussi migratori. Secondo i dati ufficiali dell’Agenzia internazionale per i rifugiati Unhcr (riportati da lavoce.info del 29 giugno), nel 2019 l’Italia accoglieva 3,4 tra rifugiati e richiedenti asilo ogni mille abitanti, contro i 25 della Svezia, i 15 dell’Austria, i 14 della Germania, i 6 di Francia, Danimarca e Grecia. E in un’intervista a Tonia Mastrobuoni di «Repubblica» del 21 giugno il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ricordava che Germania e Francia ospitano il 70% dei cosiddetti “Dublinanti” che (in base al Regolamento di Dublino III del 2013, oggi sospeso dalla crisi migratoria del 2015) dovrebbero essere rimandati al Paese di primo approdo. Annotiamo per inciso che in Turchia, beneficiaria di 6 miliardi di euro di aiuti specifici dalla Ue, vivono quasi 4 milioni di profughi dalla Siria e altre regioni del Medio Oriente. Come segnalava l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti («Il Foglio» del 31 maggio), per la prima volta un singolo Paese (la Turchia) controlla le maggiori rotte migratorie del Mediterraneo-Balcani.
Vanno tenuti distinti i due temi del diritto d’asilo e dell’immigrazione clandestina.
Il diritto d’asilo non è esplicitamente sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1951, né dalla Convenzione europea sui diritti dell’uomo, ma gli articoli 18 e 53 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (proclamata nel dicembre 2000 a Nizza da Parlamento europeo, Consiglio e Commissione ed emendata dagli stessi il 12 dicembre 2007 a Strasburgo) garantiscono il diritto d’asilo «nel rispetto delle norme stabilite dalla convenzione d Ginevra e a norma del Tfue». Va ricordato che tale Convenzione è sovraordinata rispetto alla normativa secondaria dei Regolamenti e delle Direttive della Ue. Non basta: l’art. 78 del Tfue ribadisce che «L’Unione sviluppa una politica comune in materia di asilo, di protezione sussidiaria e di protezione temporanea, volta a offrire uno status appropriato a qualsiasi cittadino di un Paese terzo che necessita di protezione internazionale e a garantire il rispetto del principio di non respingimento» (non refoulement). Perché queste solenni affermazioni non suonino oggi parole vuote occorre un rilancio di iniziativa comune, guidata dai tre maggiori Paesi membri (Germania, Francia, Italia). Non è velleitario immaginare che Draghi possa oggi giocare un ruolo di federatore e abile mediatore di questa testa di ponte di un’Europa con una visione inclusiva, pragmatica, non ideologica.