Persone

«La mia vita imprenditoriale ricomincia ogni giorno con un foglio bianco»

Dalla madre ha ereditato l’azienda ma ha sempre saputo che occorreva guadagnarsela. Tra Ryder Cup e nuove iniziative punta sulla filiera nel Centro Italia

di Chiara Beghelli

7' min read

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L’oomogeneità dell’asfalto contrasta con le informi zolle di terreno generate dai lavori ancora in corso. La strada splende nella sua novità, fra alberi appena piantumati e sullo sfondo delle colline morbide di Guidonia Montecelio, a una ventina di km da Roma. Il profilo della terra emana un’energia quasi tangibile, frutto delle incessanti azioni umane. Vi spicca la torre del castello di Marco Simone, edificio dell’XI secolo che dagli anni 80 è casa e sede di lavoro della famiglia Biagiotti-Cigna.

«I luoghi ci raccontano, ci definiscono», spiega Lavinia Biagiotti Cigna. Siamo nel salotto al piano terra del castello, dominato dal bianco, colore simbolo della mamma Laura, che negli ultimi tre decenni del XX secolo ha trasformato in marchio globale l’atelier fondato dalla madre Delia nel 1965 e un rudere in una casa da sogno. «Avevano uno stabilimento nella vicina Monterotondo, e ogni volta che mia madre passava di qui vedeva le rovine del castello. Acquistarlo è stato un atto d’amore, diventato nel tempo anche un progetto, un investimento»: a 45 anni Lavinia Biagiotti dalla mamma non ha ereditato solo l’azienda, ma anche i folti capelli scuri, il sorriso aperto, uno sguardo ottimista, che conserva stupore. E l’amore profondo per la sua casa, popolata di vasi greci, portagrilli cinesi, stuoli di fotografie. Un conglomerato di storia e di storie quasi geologico: «Nelle cantine abbiamo trovato un dente di mammuth – prosegue –. Era un insediamento romano, la torre è medievale, la corte rinascimentale voluta dalla famiglia di Marco Simone Tebaldi, uomo illuminato che bonificò la zona. Passò a Federico Cesi, fondatore dell’Accademia dei Lincei, che vi ospitò Galileo. È un luogo che ha conosciuto abbandoni e rinascite, e anche se è un monumento nazionale per me non è un museo, ma un hub
generoso di idee».

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Circondata da decine di ettari di campagna, la proprietà Biagiotti è resa ancora più verde dagli attigui campi del Marco Simone Golf & Country Club: progetto nato negli anni 90, uno dei primi contatti fra moda e sport, dal 25 settembre al 1° ottobre scorso ha ospitato la prima edizione italiana della Ryder Cup, il più importante torneo di golf e terzo evento sportivo più seguito del pianeta dopo le Olimpiadi e i Mondiali di calcio.

Si stima che 1,5 miliardi di persone abbiano seguito le sue gare su schermo. Le nuove strade di Guidonia sono nate proprio per accogliere gli oltre 270mila ospiti che hanno fatto la spola fra le 27 buche e Roma. «È stato un successo oltre le nostre aspettative – spiega soddisfatta –. Ma non è un punto di arrivo, è una partenza per un nuovo e virtuoso modo di investire che unisce pubblico e privato». Negli anni la famiglia Biagiotti ha cercato di restituire alla sua città, fonte di innumerevoli ispirazioni (come il nome del loro profumo più venduto), almeno un po’ della sua bellezza: il restauro della scala Cordonata del Campidoglio e delle fontane di piazza Farnese, fino a quello della statua della Dea Roma, sempre nella piazza che ospita la statua equestre di Marco Aurelio. Ma l’energia generativa di Lavinia Biagiotti va oltre la tutela del passato: «Con il golf ho voluto offrire ai turisti una nuova destinazione a Roma, che si aggiunga alla storia, l’arte, la ristorazione». Il Club ha già prenotazioni per tutto il 2025 e gli hotel e le boutique del centro della capitale ricorderanno a lungo il sold out delle stanze e lo shopping dorato dei turisti venuti in città per la Ryder. Quando Roma si aggiudicò l’evento, una decina di giorni prima del Natale 2015, Lavinia Biagiotti festeggiò con la mamma, ma i lavori li ha dovuti condurre da sola, perché meno di due anni dopo Laura Biagiotti scomparve improvvisamente. Il marito e padre di Lavinia, Gianni Cigna, era morto nel 1996. Insieme avevano fondato la Biagiotti Export, azienda e marchio globale che negli anni 80 e 90 aveva intuito e cavalcato le potenzialità e il soft power del made in Italy in Paesi come la Cina e la Russia, che si stavano aprendo proprio in quegli anni all’Occidente e i suoi prodotti. Come Laura aveva lasciato gli studi di archeologia per supportare la mamma, così Lavinia a 38 anni si era trovata fra le mani le chiavi del castello e il timone dell’azienda. «Sono cresciuta intorno al grande tavolo dove lavorava mia madre. Ho iniziato facendo fotocopie, inviando fax, prendendo appunti – ricorda –. Ma il più grande insegnamento è stato che ogni giorno bisogna ricominciare da un foglio bianco». Non è un modo di dire, ma un esercizio che l’imprenditrice fa tutte le mattine, con regolarità monastica: «Spengo lo smartphone, prendo un foglio di carta. Posso passare anche più di un’ora a riflettere e scrivere. Se il giorno precedente ho avuto successo, il foglio mi invita a ripartire, per guadagnarlo di nuovo. Se invece ci sono state difficoltà, mi suggerisce di andare oltre. È un esercizio che mi aiuta anche nel guidare l’impresa. Un giorno, avrò avuto 18 anni, ricordo che mamma fece stampare in caratteri cubitali e appendere al muro il titolo di un’intervista a Ermenegildo Zegna: “Ogni generazione deve riconquistare l’azienda di famiglia”. Nel tempo ne ho capito il senso profondo: ho rivisto la mia volitiva nonna, poi mia madre e me, la terza generazione, cresciuta con i fogli bianchi. Nulla mi sembra scontato, lo devo riconquistare sempre». La tensione che aiuta a far funzionare questa formula è costante, ma non diventa mai ansia: «La natura mi aiuta molto, l’alternanza delle stagioni reali mi supporta nel vivere quelle creative della moda».

Nell’energia verde che circonda Marco Simone, nelle orchidee e le rose coltivate nella loggia affrescata del primo piano, negli ulivi e melograni del giardino, fra le colline e il campo da golf, vibra la “viriditas” teorizzata da Ildegarda di Bingen, che nel colore delle piante identificava il potere della creazione e della rigenerazione. Quando è diventata guida creativa e presidente dell’azienda di famiglia, Lavinia Biagiotti ha dovuto rigenerarsi. Un processo naturale, ma certo non facile. Fermare Laura Biagiotti era impossibile. Ci riuscì solo Lavinia, per nascere. La mamma stava preparando la sfilata a Milano, saltò su un aereo per darla alla luce a Roma, la città in cui aveva deciso di restare nonostante il fulcro dell’industria si stesse spostando al Nord. Fra le intuizioni più importanti di questa vulcanica “queen of cashmere”, come la definì Bernadine Morris nel 1982 sul «New York Times», ci furono le sfilate “diplomatiche”: la prima nel 1985, quando proprio al Marco Simone ospitò Lidiya Gromyko, consorte dell’allora ministro degli esteri sovietico, mentre il marito incontrava Craxi e Andreotti; la seconda nel 1988, quando fu la prima stilista italiana a sfilare in Cina, con una formula per certi versi insuperata di “sistema” del made in Italy: la sfilata, infatti, si tenne insieme all’inaugurazione a Pechino del primo ristorante El Toulà e la campagna pubblicitaria fu scattata fra le Ferrari del nuovo showroom del Cavallino in città; la terza nel 1995, nei difficili, primi anni della Federazione Russia, ancora una volta prima designer italiana a portare le sue creazioni al teatro del Cremlino, con Eltsin che non potendo partecipare inviò la sua orchestra personale.

«I miei genitori ci portarono fin lì, con grande lungimiranza. Ma oggi la mia visione è diversa: voglio portare il mondo qui da noi, e non solo come abbiamo fatto con la Ryder Cup – spiega –. Credo che oggi interessi fare esperienza della bellezza, più che possedere begli oggetti. Per questo sto terminando il restauro di una villa romana che abbiamo rinvenuto proprio nel campo da golf. La dedicherò alla memoria di mia madre e sarà un modo per offrire agli ospiti un’esperienza, appunto».

La Russia e la Cina di oggi sono diverse da quelle dell’epoca delle sfilate. Le sanzioni contro Mosca hanno influito anche sulla sua relazione con il made in Italy. «Ma la passione per tutto ciò che è italiano, la sua potenza attrattiva, non può venire meno – nota –. La bellezza parla per immagini, soprattutto sui canali digitali che sono anche i preferiti dalle giovani generazioni. Proporre la bellezza offre dunque grandi opportunità di cambiamento. Per il mondo siamo il Paese di riferimento per la bellezza, abbiamo una grande responsabilità. Da tempo si dice di “fare sistema”, ed è giusto, ma credo che sia tempo di unire le filiere, come fece mia madre con il Toulà e le Ferrari. E più che il made in Italy, si debba promuovere l’experience Italy». L’intuizione che l’esperienza prevalga sul possesso la condivise, proprio nel salotto dove ci troviamo, con la mamma che la chiamava “la mia copilota”. Un riferimento che Laura stessa usò in un’intervista, dicendo che «una stilista donna ha le stesse difficoltà di una donna che vuole pilotare un 747». Le più recenti nomine al vertice creativo di numerosi marchi sono state tutte al maschile, facendo alzare alcune sopracciglia. «Tante ragazze hanno il mito di fare la stilista, ma oggi la moda offre loro molte nuove opportunità di carriera – nota –. Penso a Francesca Bellettini (presidente e ad di Yves Saint Laurent, vicepresidente del gruppo Kering e responsabile per lo sviluppo dei suoi marchi, nda): ho avuto l’opportunità di conferirle il Premio Guido Carli lo scorso maggio, per me è stato un incontro molto importante. Lei è un esempio di come oggi le donne della moda possano immaginare nuovi e più ampi scenari». Per esempio, esplorando abiti che siano funzionali pur mantenendo una promessa di sogno, di altrove: «I nostri capispalla sono piccole fortezze, ma donano fiducia in se stesse, non erigono barriere. Il confort e la praticità contano molto. Fare una cosa bella è facile, bella e pratica è più difficile. Ma nei nostri capi noi inseriamo sempre anche delle ali, un invito alla danza, alla felicità. Il cardinale Ravasi ha scritto che anche dopo grandi dolori ci si può riabituare alla felicità. E ogni volta che si indossa un nuovo abito ci si rimette in gioco». L’invito è a verdeggiare, a germogliare ancora, da una donna che nel suo castello, da bambina, più che alla principessa preferiva giocare al cantiere.

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