La moda italiana consolida il boom del 2022 e cresce del 3,2%
Per Ercole Botto Poala, presidente di Confindustria Moda, sul prossimo anno pesa lo scenario internazionale, ma anche la sfida dell’innovazione: «Non vinceranno i più grandi, ma i più veloci»
di Chiara Beghelli
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Un anno di «consolidamento»: è questo il bilancio del 2023 dell’industria della moda italiana, che stima di chiudere i 12 mesi con un fatturato di 111,7 miliardi di euro, in crescita del 3,2% , una percentuale molto distante dal +16,9% registrato l’anno precedente. «È un consolidamento, appunto, dopo un 2022 di ripresa di volumi importanti – commenta Ercole Botto Poala, presidente di Confindustria Moda, federazione che rappresenta le oltre 61mila imprese del tessile-moda-accessorio (Tma), che danno lavoro a circa 600mila persone –. L’anno era iniziato molto bene, ma nella seconda parte ha iniziato a risentire dell’aumento dei pezzi e della riduzione della domanda. Ora c’è preoccupazione per il 2024: secondo le previsioni di produzione i volumi saranno inferiori e si inizieranno a ridurre i listini, grazie al calo del costo delle materie prime. Gestire la riduzione dei volumi è però sempre complesso, perché si ripercuote sulla marginalità. Ma sulla seconda parte dell’anno ci aspettiamo uno scenario di ripresa».
Un’industria che si conferma fortemente orientata all’export: i dati dei primi otto mesi 2023 indicano un aumento delle vendite oltre confine del 5,1% rispetto allo stesso periodo del 2022, per 54,5 miliardi di euro. Il problema è l’instabilità geopolitica, oltre ai cambiamenti della politica economica, in chiave protezionistica, di alcuni Paesi chiave, come la Cina (i Paesi extra Ue hanno assorbito il 53% dell’export nel periodo preso in esame). «L’uscita dalla Via della Seta (l’accordo commerciale che dal 2019 legava la Cina all’Italia, nda) non è stata certo improvvisa. Ma non sappiamo ancora quali saranno le conseguenze – nota Botto Poala –. Certo, ci sono Paesi promettenti come l’India, ma molto dipenderà dal tipo di accordi commerciali che saranno firmati con l’Europa, in discussione proprio in questo periodo: se ricalcheranno quelli che hanno portato la Cina nel Wto, nel 2001, avremo un calo dell’export e un import in forte aumento.
Un fenomeno che ha contribuito ad alimentare un altro tema oggi cruciale, l’iperproduzione: se oggi in Europa circolano 70 miliardi di capi è perché all’epoca si è deciso che si potesse far entrare tutto, senza alcun limite, mentre nello stesso tempo alle industria europee si chiedeva di produrre in modo virtuoso, con costi più alti. Se anche con l’India seguiremo lo stesso schema, certo non ci aiuterà in termini di sostenibilità».
Restano poi le sfide interne dell’industria, a fronte di segnali incoraggianti di una nuova attenzione da parte delle istituzioni politiche, come la decisione di prorogare al prossimo 30 giugno la restituzione da parte delle aziende coinvolte del bonus ricerca e sviluppo non spettante: «Certamente percepiamo da parte del governo la volontà di ascoltare le nostre ragioni, in alcuni casi siamo riusciti a trovare delle soluzioni – prosegue –. Tuttavia, non dobbiamo illuderci: le condizioni economiche e macroeconomiche rendono la coperta molto corta, e si deve cambiare anche la natura degli interventi, quelli a pioggia non sono efficaci».
Un altro aspetto cruciale per il settore, da affrontare in modo sistemico, è la formazione. Il gap fra offerta e domanda di lavoro resta ampio: «Dobbiamo iniziare dalle famiglie, raccontando che le fabbriche non sono il luogo dove una volta si veniva spediti quasi per punizione se non si voleva studiare. Oggi è il contrario: se non studi, non puoi entrare in fabbrica. Servono persone competenti, tecnici. Come aziende dobbiamo essere in grado di attrarre i talenti. Certo, poi c’è la crisi demografica in atto, che ci porta a guardare fuori dall’Italia per trovare i profili necessari, come si sta facendo per esempio in Germania – nota Botto Poala –. Per questo abbiamo firmato l’accordo triennale con la Federazione Nazionale dei Centri di Formazione Professionale Salesiani, presenti in 133 Paesi, per dare vita a una rete di formazione tecnica internazionale». L’intelligenza artificiale potrà in qualche modo essere una soluzione a questo mismatch? «La moda non sarà esclusa da questo fenomeno – nota –, ma certo i costi di innovazione tecnologica sono alti da sostenere per le aziende, soprattutto le più piccole. È necessario dunque puntare sulle sinergie, per ampliare i vantaggi dello sviluppo tecnologico, secondo i principi dell’open innovation. Oggi è la velocità nel fare sistema a rendere competitiva un’azienda. E le piccole possono essere più avvantaggiate in questo delle più grandi, che devono fare i conti con strutture complesse».


