La musica è madre e affina il cervello, ecco perché va insegnata
Pagina memorabile, l’intervista al Maestro Uto Ughi, Presidente della giuria del Premio Paganini
4' min read
4' min read
Pagina memorabile, l’intervista al Maestro Uto Ughi, Presidente della giuria del Premio Paganini, in cui spezza una lancia, e che lancia, alla notizia che il Ministro Giuseppe Valditara intende riportare l’insegnamento della musica alla scuola primaria. Certo c’è molto da costruire. Pilastri credo, dovrebbero essere i cori in ogni scuola e la storia della musica in tutti i licei. Oggi le università umanistiche offrono molti corsi di storia della musica e del teatro, ma si trovano davanti studenti con preparazione pari a zero. Il grande direttore d’orchestra Carlo Maria Giulini già ne parlava e, sempre col ben noto umorismo, diceva che un liceale italiano non distingueva Beethoven da Bartali (allora Bartali era famoso).
La musica nasce con noi. Anzi prima di noi: cominciamo ad ascoltare il battito del cuore della madre appena piombiamo nell’utero, e gli organi di sensopercezione cominciano a formarsi. Dunque cresciamo insieme a un ritmo, il túm-ta, tum-ta túm, le due sillabe che gli studenti di medicina imparano a rappresentare foneticamente, battito cardiaco dei loro futuri pazienti. Uscito dall’ “amnios”, la sacca membranosa che protegge l’embrione (peraltro analogo per mammiferi e uccelli, eccetto i pesci) e dallo sciabordio materno, in cui neonato o neonata certamente si sentono protetti, inizia la fatica della vita, e quel processo di selezione dei rumori da cui sono circondati. Così, di fatto, si trovano… nella musica. Poi, appena appaiono nel mondo, la ninna nanna della mamma li aiuta a addormentarsi. Le mamme spesso non sanno che anche Chopin, Schumann, Fauré, Offenbach, Debussy, hanno composto ninne-nanne. Tanti anni fa, quando assieme a mio cognato Carlo ci inventammo “La Città del Sole”, si vendeva un libretto sonoro con le ninne nanne dei grandi compositori.
Ma c’è di più. Un gruppo internazionale di neurofisiologi, due decenni fa, registrò l’elettroencefalogramma di neonati ai quali faceva ascoltare una melodia. Le onde cerebrali non solo si sincronizzavano in maniera tipica all’ascolto della musica, ma si alteravano quando veniva introdotta una dissonanza. Come dire: il nostro cervello (la nostra anima, quella che l’AI mai potrà possedere) è predisposta a una certa armonia musicale.
Del resto già Platone diceva che la musica «ha movimenti simili agli stati dell’animo». Aristotele indagava sulla musica dei suoi tempi - di cui non abbiamo partiture e nulla sappiamo, se non i ritmi, la metrica- e spiegava gli stessi vantaggi che la musica dà ai giovani e quanto aiuta a mantenere l’armonia sociale. Nei bambini che studiano uno strumento musicale a corda, l’area cerebrale motoria corrispondente ad esempio al quinto dito della mano sinistra, il mignolo, la cosiddetta mappa corticale è assai più sviluppata che nei bambini che non studiano, e in quelli che hanno iniziato in età più precoce è più sviluppata che in quelli più tardivi. Lo stesso accade per lo sviluppo delle aree uditive. La musica sviluppa “i muscoli del cervello” o meglio il cervello inteso come muscolo. La musica, sia quando venga praticata sia quando venga ascoltata, moltiplica le sinapsi. Insomma non si tratta solo di sensibilità e cultura, si tratta di affinamento percettivo e cognitivo e di plasticità neuronale .
L’affinità della musica con la matematica (Maurizio Pollini studiò matematica a livello universitario) rende straordinaria la sintesi di qualità e quantità che chi studia musica è portato a fare; e la pratica della musica, o anche solo il suo ascolto rendono più attive le connessioni tra le funzioni dei due emisferi cerebrali: il destro più emotivo e sintetico e il sinistro più motorio e analitico, quello della parola. Nella rieducazione dell’afasia, la perdita del linguaggio in seguito a traumi e lesioni cerebrali (di cui la mamma dei miei figli, Anna Basso, fu una delle più note studiose) il riapprendimento di parole o frasi è più efficace se lo si accompagna con una melodia o una prosodia. La musica dunque aiuta il cervello a svilupparsi funzionalmente e anche anatomicamente, questo ci dicono le neuroscienze oggi.


