La pandemia ha colpito gli “ultimi”: viaggio tra le persone che ogni notte dormono per strada
Col gelo, con la pioggia e con il vento ogni sera un piccolo esercito di senzatetto dorme fra cartoni e coperte, con le scarpe sotto la testa per non farsele rubare
di Nicoletta Cottone
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Stendono i cartoni sui marciapiedi o sotto i porticati, si avvolgono nelle coperte, mettono le scarpe sotto la testa per non farsele rubare. Cercano di coprirsi con sacchi a pelo e teli di plastica. I più “fortunati” montano piccole tende all’imbrunire e sono meno a contatto con l’asfalto gelato. Questo è un viaggio nella città nascosta dei senzatetto, fra le persone che ogni notte dormono all’aperto, sotto il cielo della Capitale. Cercano di sopravvivere nonostante il gelo, la pioggia, il vento. Sono quelli che si mettono in coda per un pasto caldo, che ogni sera cercano un riparo e restano di notte all’erta per non farsi rubare quel poco che hanno.
Tredici morti di freddo in strada
In tredici sono morti nella Capitale sotto quelle coperte dall’inizio dell’inverno. L’ultimo in ordine di tempo è un senzatetto nigeriano di 46 anni, Edwin. Morto di freddo, a gennaio, a pochi passi da San Pietro. All’Angelus Papa Francesco ha pregato per lui, per quest’uomo «ignorato da tutti, abbandonato, anche da noi». Una storia che si è aggiunta «a quella di tanti altri senzatetto deceduti di recente a Roma nelle stesse drammatiche circostanze». Tanto che il Papa ha invitato tutti a «spegnere la tv, chiudere il cellulare e aprire il Vangelo».
La perdita del lavoro ha creato tanti nuovi poveri
La pandemia ha reso ancor più difficile la loro condizione, chiudendo le vie ordinarie di aiuto. Ma anche la possibilità di socializzare seduti alle mense. La perdita di posti di lavoro, la chiusura di attività commerciali e produttive ha creato tanti nuovi poveri. Pesanti le ripercussioni sociali sugli “ultimi”. Questo è un inverno ancor più difficile per chi dorme ogni notte sotto le intemperie, nell'indifferenza di chi passeggia lì vicino o inforca l’ultimo modello di monopattino. Persone che per dormire hanno solo un pezzo di cartone, un sacco a pelo o una coperta distribuita dai volontari di Caritas e Sant’Egidio, insieme al cibo.
Il dolore di una vita in strada
Sui marciapiedi e sotto le gallerie di piazza San Pietro scorrono tante storie: chi ha perso il lavoro da autista di bus turistici, chi è rimasto vedovo e ha perso la casa, chi è arrivato in Italia per mare e non ha dove dormire, chi ha perso il contatto col mondo e vive in un universo tutto suo. Chi ha sul volto i segni del dolore di una vita in strada e preferisce non parlare. Molti uomini, ma anche qualche donna di età avanzata. Badanti, soprattutto dell’Est, che sono rimaste senza lavoro dopo la morte dell’anziano che accudivano.
Da giardiniere-idraulico a senzatetto, la discesa negli inferi di Giovanni
Il nuovo coronavirus ha creato nuove povertà e ha accentuato quelle storiche. Giovanni dorme ogni notte sotto il portone della chiesa di Santa Maria in Traspontina, in via della Conciliazione. Si addormenta ogni sera dentro un sacco a pelo, sopra un cartone. «Siamo in tanti qua. E bene o male cerchiamo di tirare avanti. Un tempo lavoravo come giardiniere e idraulico - racconta Giovanni, un sessantenne che indossa solo una maglietta a maniche corte in una notte gelida - poi ho perso il lavoro, ho perso tutto e mi sono ritrovato in questo mare in tempesta. Attualmente faccio il senza fissa dimora, in attesa che qualcosa mi vada bene. Però, in attesa, come si dice, chi di speranza campa, disperato muore».








