La paura che attanaglia gli uomini d’oro
Cosa spinge alcuni tra gli uomini più ricchi del mondo a infischiarsene della propria reputazione e ad appoggiare, con un immediato turnaround, idee opposte a quelle ufficialmente appoggiate fino a un momento prima?
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C’è da chiedersi cosa spinga alcuni tra gli uomini più ricchi del mondo a infischiarsene della propria reputazione e ad appoggiare, con un immediato turnaround, idee, incarnate da un nuovo corso politico, opposte a quelle (almeno) ufficialmente appoggiate fino a un momento prima.
Vi sono due possibilità che, con motivazioni differenti, sono comunque accomunate da un fil rouge che evidenzia, in modo plastico, la ipocrisia di tante dichiarazioni e, alla fine, anche la pochezza etica di questi “uomini d’oro”.
La prima, più semplice, è quella indotta dal considerare che gli affari sono indipendenti dalle idee – e ancor di più dalle ideologie -, per cui le “simpatie”, accompagnate da lauti finanziamenti, vanno cinicamente e inesorabilmente là, e solo là, dove permettono di incrementare i propri business. Questo sarebbe in linea con quanto sostenuto da chi ritiene che «bisogna investire solo là dove i profitti promessi sono maggiori e sono, come minimo, positivi» (J.M. Buchanan) e da chi, aziendalmente, ritiene che i manager sono dei dipendenti dai proprietari-azionisti e devono perseguire solo i loro interessi, rigettando la stakeholder view e la responsabilità sociale d’impresa sul piano economico ed etico (M. Friedman).
La seconda possibilità, molto meno studiata ma che a me appare meritevole di attenzione, è che anche i potentissimi uomini d’oro siano “filogovernativi” solo per paura, per una incredibile paura che i loro “imperi” possano disfarsi a causa di decisioni ostili del potente in carica, soprattutto se quest’ultimo mostra palesemente inclinazioni autoritarie e poco adatte all’ordinario andamento dell’alternanza democratica per come conosciuta fino a ora.
Il fil rouge che lega queste due possibili motivazioni è, comunque, rinvenibile nel desiderio di aumentare, o al limite, preservare il proprio patrimonio, nella incuranza delle conseguenze che possono discenderne ai fini della tenuta degli assetti democratici e anche di quanto, fino a quel momento, garantito in termini di socialità e di partecipazione alla diffusione di un sano pluralismo culturale.

