Finanza

La pericolosa spirale della leva su leva nel private equity

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È sempre più chiaro che un ingombrante elefante stia girando nel negozio di porcellane. Il negozio di porcellane è il settore del private equity, in particolare quello dedicato a investimenti finanziati con alto livello di debito (leveraged acquisitions o leveraged buyouts) negli Usa. L’elefante è l’uso sempre più creativo, massiccio e perverso, del debito.

Da sempre, i fondi di private equity utilizzano le risorse affidate loro dagli investitori per acquisire aziende attraverso un uso spinto della leva finanziaria (leverage). Se l’impresa acquisita è solida e in grado di produrre profitti nel medio termine, la cassa generata sarà destinata a ripagare questo debito. Il fondo di private equity potrà quindi rivendere l’azienda acquisita a un valore maggiore – visto che i debiti saranno stati ripagati – lucrando un sostanzioso capital gain e restituendo il capitale investito e un altrettanto sostanzioso rendimento ai propri sottoscrittori.

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Fin qui, nulla di particolarmente strano. L’elemento di novità ha iniziato a materializzarsi a partire dal 2022 e si è consolidato nel 2023 e nel 2024. L’aumento dei tassi di interesse causato da politiche monetarie più restrittive ha comportato una correzione verso il basso dei multipli di transazione delle imprese, rendendo più difficoltosa l’uscita dei fondi di private equity dai propri investimenti. Giusto per dare una dimensione al fenomeno, Bain ha stimato a inizio 2024 che a livello globale, il numero di imprese in attesa di essere liquidate da fondi di buyout è circa 28mila per un valore equivalente a 3.200 miliardi di dollari, record mai raggiunto prima.

Non riuscire a vendere le imprese che sono state acquistate caricandole di debito crea un secondo problema: non è possibile restituire le risorse agli investitori che le avevano affidate in gestione agli stessi fondi di private equity. Questo impedisce agli stessi investitori di reinvestire i denari nello stesso business. Il circolo vizioso di difficoltà di uscita-riduzione di distribuzione di risorse-mancato reinvestimento determina l’inaridimento del business dei fondi di buyout e l’esaurimento delle ricche commissioni di gestione e di performance che questi percepiscono.

Da qui prende forma l’elefante nel negozio di porcellane. Come spesso si dice ma altrettanto spesso si dimentica, uno dei mali sottovalutati è l’uso eccessivo della leva finanziaria, specie se usata in modo “creativo” come purtroppo gli echi della crisi finanziaria post Lehman ricordano. Troppo debito rischia, se le condizioni macroeconomiche non migliorano e se le politiche monetarie non divengono meno restrittive (cosa che al momento è solo prevedibile ma assolutamente incerta), di generare una pericolosa bolla finanziaria.

Come hanno reagito i fondi di private equity alla difficoltà di non poter restituire risorse ai propri aderenti? Non riesco a vendere un’azienda in cui ho investito? Poco male: visto che sono un fondo che ha investito in molte imprese, perché non chiedere ulteriore debito dando in garanzia ai creditori il pacchetto azionario detenuto in tutte le imprese in cui ho investito? In questo modo, raccolgo ulteriore liquidità che posso usare per distribuire risorse agli aderenti al fondo senza essere necessariamente costretto a vendere le aziende in cui avevo investito, se i prezzi che posso ottenere sul mercato sono troppo bassi.

Apparentemente questa pratica, nota negli Usa con il nome di Nav (net asset value) financing è una facile via di uscita a un problema piuttosto sentito dai grandi fondi di private equity. Peccato che l’effetto che si genera è la moltiplicazione dell’effetto della leva dell’indebitamento. Non soltanto infatti il debito viene usato al livello dell’azienda che è stata acquisita ma anche al livello superiore del fondo. Si genera quindi una pericolosa spirale di “leverage on leverage”, leva su leva.

I regolatori dovrebbero alzare il livello di attenzione sul fenomeno, considerato che non è affatto chiaro il livello complessivo di debito che è utilizzato nel mondo del private equity. Abbiamo parlato di Nav financing, che le stime di Oaktree quantificano in circa 16 miliardi di dollari a fine 2023 ma con un potenziale di crescita fino a 700 miliardi di dollari al 2030. Senza entrare in tecnicismi, esistono però altre strategie di finanza creativa che amplificano ulteriormente il potenziale destabilizzante dell’uso della leva.

Diversi opinionisti, immediatamente dopo il fallimento di Lehman Brothers, commentando gli alti livelli di debito presenti nel sistema economico dicevano: “Mai più sarà così”. Guardando agli ultimi dati dell’Imf Debt Monitor, ahimè, il debito globale, pubblico e privato, è oggi ampiamente superiore a quello del 2008. Come dire: la memoria degli uomini, purtroppo, è sempre troppo corta.

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