La Perla, la storia (e il declino) di 70 anni di lingerie di lusso Made in Italy
Attesa per l’udienza in Tribunale a Bologna del prossimo 19 gennaio: se non arriveranno i commissari governativi si aprirà lo scenario della liquidazione e del licenziamento collettivo per un’azienda iconica, partita nel 1954 da un piccolo laboratorio di Bologna
di Ilaria Vesentini
ai preferiti su Google
6' min read
I punti chiave
6' min read
«Povera La Perla, mi dispiace per i dipendenti. Il mondo è pieno di aziende comprate da fondi di investimento che si sono trovati in mano cose che non sanno gestire. Peccato, perché La Perla era una bella opportunità, una bella azienda italiana». Sono le parole con cui Sandro Veronesi, il patron di Calzedonia oggi Oniverse, si dichiarava sconfitto 11 anni fa, uscendo dal Tribunale di via Farini.
Allora con una controfferta di tre milioni di euro più alta (69 milioni contro i 66 proposti dal re italiano dell’intimo, dopo 24 rilanci d’asta) mister Fastweb Silvio Scaglia gli strappava lo storico marchio bolognese di lingerie di lusso finito in concordato preventivo. Con la promessa di riportare alla grandeur l’azienda simbolo di biancheria Made in Italy, a suon di investimenti milionari non di competenze nel settore.
Settanta candeline nel 2024
Parole profetiche, quelle di Veronesi. La Perla arriverà a spegnere quest’anno le 70 candeline solo se riuscirà a finire in amministrazione straordinaria, dopo essere stata rimbalzata per 17 anni da un fondo all’altro con fatturati e organici passati dai 250 milioni di euro e i 1.500 dipendenti di inizio Millennio a poche decine di milioni e 500 dipendenti senza stipendio dallo scorso ottobre (di cui 300 in Italia), senza mai un bilancio in utile.
C’è attesa per l’udienza in Tribunale a Bologna del prossimo 19 gennaio: se non arriveranno i commissari governativi si aprirà lo scenario della liquidazione e del licenziamento collettivo. Una storia che è l’ennesima conferma del fatto che non sono i fantamilioni della finanza a salvaguardare la manifattura artigianale nel mercato reale. Men che meno se si tratta di una produzione di nicchia nell’alto di gamma, come quella creata nel 1954 dalla bustaia Ada Masotti in un piccolo laboratorio di Bologna, perché oggi come allora sono l’abilità, l’esperienza e la sapienza di mani femminili (umane, non robotiche) a garantire la qualità dei capi e il successo tra la sofisticata clientela globale high-spending.
E chi ha provato a delocalizzare le produzioni in Paesi low-cost, come gli americani di JH Partners - che nel 2007 rilevarono dalla famiglia marchio e asset, già allora in crisi - sono dovuti tornare indietro e passare il testimone, incapaci di risollevare le sorti nonostante gli oltre 50 milioni di euro spesi nel rilancio. Pure i costi commerciali per aprire a tappeto monomarca in giro per il mondo e giocare con modelle da schianto sulle passerelle dell’alta moda e nei maxischermi pubblicitari non si ripagano, se il valore aggiunto è sempre quello custodito nei piccoli numeri e nel know-how della fabbrica-laboratorio di via Mattei, come ha capito Scaglia dopo aver investito 350 milioni di euro senza fare margini.








