Manifattura

La Perla, la storia (e il declino) di 70 anni di lingerie di lusso Made in Italy

Attesa per l’udienza in Tribunale a Bologna del prossimo 19 gennaio: se non arriveranno i commissari governativi si aprirà lo scenario della liquidazione e del licenziamento collettivo per un’azienda iconica, partita nel 1954 da un piccolo laboratorio di Bologna

di Ilaria Vesentini

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(Photo by Horacio Villalobos - Corbis/Corbis via Getty Images)

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«Povera La Perla, mi dispiace per i dipendenti. Il mondo è pieno di aziende comprate da fondi di investimento che si sono trovati in mano cose che non sanno gestire. Peccato, perché La Perla era una bella opportunità, una bella azienda italiana». Sono le parole con cui Sandro Veronesi, il patron di Calzedonia oggi Oniverse, si dichiarava sconfitto 11 anni fa, uscendo dal Tribunale di via Farini.

Allora con una controfferta di tre milioni di euro più alta (69 milioni contro i 66 proposti dal re italiano dell’intimo, dopo 24 rilanci d’asta) mister Fastweb Silvio Scaglia gli strappava lo storico marchio bolognese di lingerie di lusso finito in concordato preventivo. Con la promessa di riportare alla grandeur l’azienda simbolo di biancheria Made in Italy, a suon di investimenti milionari non di competenze nel settore.

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La Perla, sciopero dicembre 2023

Settanta candeline nel 2024

Parole profetiche, quelle di Veronesi. La Perla arriverà a spegnere quest’anno le 70 candeline solo se riuscirà a finire in amministrazione straordinaria, dopo essere stata rimbalzata per 17 anni da un fondo all’altro con fatturati e organici passati dai 250 milioni di euro e i 1.500 dipendenti di inizio Millennio a poche decine di milioni e 500 dipendenti senza stipendio dallo scorso ottobre (di cui 300 in Italia), senza mai un bilancio in utile.

C’è attesa per l’udienza in Tribunale a Bologna del prossimo 19 gennaio: se non arriveranno i commissari governativi si aprirà lo scenario della liquidazione e del licenziamento collettivo. Una storia che è l’ennesima conferma del fatto che non sono i fantamilioni della finanza a salvaguardare la manifattura artigianale nel mercato reale. Men che meno se si tratta di una produzione di nicchia nell’alto di gamma, come quella creata nel 1954 dalla bustaia Ada Masotti in un piccolo laboratorio di Bologna, perché oggi come allora sono l’abilità, l’esperienza e la sapienza di mani femminili (umane, non robotiche) a garantire la qualità dei capi e il successo tra la sofisticata clientela globale high-spending.

La Perla, la lingerie di lusso made in Italy

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E chi ha provato a delocalizzare le produzioni in Paesi low-cost, come gli americani di JH Partners - che nel 2007 rilevarono dalla famiglia marchio e asset, già allora in crisi - sono dovuti tornare indietro e passare il testimone, incapaci di risollevare le sorti nonostante gli oltre 50 milioni di euro spesi nel rilancio. Pure i costi commerciali per aprire a tappeto monomarca in giro per il mondo e giocare con modelle da schianto sulle passerelle dell’alta moda e nei maxischermi pubblicitari non si ripagano, se il valore aggiunto è sempre quello custodito nei piccoli numeri e nel know-how della fabbrica-laboratorio di via Mattei, come ha capito Scaglia dopo aver investito 350 milioni di euro senza fare margini.

La fabbrica La Perla a Bologna negli anni 60

La bandiera bianca di Silvio Scaglia

Tanto da arrendersi in soli quattro anni e passare la palla, nel 2017, a un finanziere ancora più spregiudicato di lui, Lars Windhorst, che con il suo fondo Sapinda, poi Tennor, ha disatteso ogni impegno ufficiale preso con il Governo tricolore per un piano di rilancio credibile e sostenibile. E oggi l’ex enfant prodige della finanza tedesca ufficialmente nullatenente (ma gira in jet privato sfuggendo a istituzioni, sindacati e media che lo inseguono) è protagonista di un interessante caso di scuola per il diritto internazionale, con giudici inglesi e italiani che si contendono le redini della liquidazione giudiziale.

La società è inglese (i fondi hanno trasferito da subito marchio e holding a Londra) ma La Perla senza Made in Italy è una scatola vuota.La sfida del giudice Maurizio Atzori della sezione fallimentare del Tribunale civile di Bologna, che oggi come nel 2013 si ritrova a gestire il default di La Perla, non è più decidere tra i due contendenti più generosi per ripagare al meglio i creditori, ma cercare di averla vinta sui liquidatori d’Oltremanica aprendo la porta ai commissari straordinari, per riportare in patria quel che resta dei 70 anni di corsetteria italiana, rimettere insieme produzione, gestione e marchio e sperare che un industriale serio ed esperto del settore si faccia carico di riscrivere un nuovo capitolo di La Perla riportando in equilibrio costi e ricavi. Con la consapevolezza che le giovani generazioni Z della piazza globale e virtuale riconoscono Victoria’s Secret e non La Perla come sinonimo di lingerie del desiderio.

Manifestazioni a Bologna

Gli esordi

È il 1954 quando la bustaia Ada Masotti apre il suo atelier di lingerie a Bologna, battezzandolo “La Perla” perché le sue creazioni erano racchiuse, come gioielli, in cofanetti rivestiti di velluto rosso. Biancheria intima lavorata con il pizzo Leavers, il ricamo Cornely, il merletto macramé, tecniche di soutache e frastaglio (cordoncini e intaglio) sinonimo di esclusività e femminilità. Ma è negli anni Sessanta, quando entra in azienda il figlio di Ada, Alberto Masotti, classe 1937 (che lascia la specializzazione in Medicina e le corsie dell’ospedale Sant’Orsola per far crescere il laboratorio di famiglia), che le “Forbici d’oro” della madre – questo il suo soprannome – diventano famose nel mondo. Seguono decenni di crescita esponenziale. Alberto Masotti, presidente del gruppo dagli anni Ottanta, è affiancato dalla moglie Olga Cantelli, alla direzione creativa, e dalla figlia Anna per la parte commerciale. La capacità di intercettare e anticipare il gusto femminile trasformando la biancheria in elemento di sensualità e bellezza fanno di La Perla un’icona dell’alta moda.

L’ ex patron di La Perla Alberto Masotti a FRI. Fotografo: Benvenuti

A cavallo del nuovo Millennio

Nel 1995 Alberto Masotti viene nominato Cavaliere del lavoro dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, nel 2004 riceve l’Oscar della moda. È l’apice del successo, ma la formula magica con la globalizzazione della domanda e dei mercati si inceppa. Il giro d’affari tracolla velocemente dai 210 milioni del 2005 (con risultati negativi per 25 milioni), ai 186 milioni del 2006 (23 milioni di perdite) e porta alla decisione di aprire il capitale a partner esterni per iniettare finanza.

Il Made in Italy passa in mani straniere

Nel 2007, schiacciata da 70 milioni di debiti, la famiglia Masotti cede prima il 70% del capitale e poi la totalità delle azioni a JH Partners, società con sede a San Francisco specializzata negli investimenti in Pmi del settore consumer la cui serietà sembra garantita dalle università di Yale, Harvard, Princeton, Stanford e MIT come investitori istituzionali. «È stato un gesto di cuore e di cervello. Ritenevamo che una volta arrivati a 70 anni, con l’avanzare di nuove generazioni – ha spiegato Masotti a chi, col senno di poi, gli chiedeva ragioni della cessione – non fossimo all’altezza delle sfide della globalizzazione».

Non lo sono stati neppure i grandi fondi internazionali, perché «mutande e lusso è un binomio difficile da declinare», come ben sapeva lo scafato Masotti, che per restituire un po’ della sua fortuna al territorio bolognese ha poi fondato nel 2015 la Fondazione FRI-Fashion research Italy, per aiutare giovani stilisti e Pmi della moda sui temi di heritage, sostenibilità e digitalizzazione.

Negozio La Perla in centro a Londra 2013

L’asta in tribunale a Bologna

I primi cinque anni di guida americana sono fallimentari dal punto di vista operativo e finanziario, anche se non intaccano la struttura produttiva. La Perla con i suoi 1.500 dipendenti, circa la metà in Italia, porta nel 2013 i libri in tribunale con l’istanza di concordato preventivo e vale un assegno di 69 milioni di euro firmato da Scaglia, con il suo fondo lussemburghese Pacific Global Management, la sua agenzia internazionale di modelle Elite, e la promessa di altri 120 milioni di euro di investimenti per spingere lo sviluppo commerciale aprendo nuove boutique in Asia.

I monomarca La Perla superano le 200 unità, da via Montenapoleone a Milano a Rodeo Drive a Los Angeles fino a Aoyama a Tokyo. Arrivano stilisti di fama alla direzione artistica, come Pedro Lourenço e Julia Haart, viene lanciata la prima linea di pret-a-porter oltre all’atelier su misura e le consolidate divisioni di lingerie, underwear, nightwear e beachwear, il fatturato torna a salire a 150 milioni di euro ma il traguardo dei 200 milioni fissato dall’ingegnere di Fastweb per il breakeven è troppo lontano e dopo aver iniettato oltre 300 milioni di euro di finanza propria (c’è chi dice 350 milioni) anche Scaglia si arrende.

Naomi Campbell sfila per la lingerie La Perla a Parigi nel 2015

I cinesi si sfilano e arriva Windhorst

Iniziano nel 2017 le trattative con i cinesi di Fosun International (proprietario anche del Club Med) che si prende 30 giorni di esclusiva per portare avanti la due diligence con l’obiettivo di acquistare una quota di controllo. Ma c’è il colpo di scena: i cinesi si fanno da parte ed è la holding anglo-olandese Sapinda guidata da Lars Windhorst a rilevare il 100% dell’azienda, che chiude il 2017 con 100 milioni di euro di perdite.Il declino diventa inesorabile, i tavoli di crisi al ministero del Lavoro per la riorganizzazione e i tagli di organici si infittiscono con il Covid e il tracollo dei conti: il 2018 chiude con un buco di 60 milioni (su un fatturato di un centinaio di milioni), il 2019 in piena emergenza sanitaria segna 89 milioni di euro di perdite su 86 milioni di fatturato.

Lo sbarco, nel settembre di quell’anno, alla Borsa di Parigi «per aumentare la visibilità di La Perla nel mondo e migliorare l’accesso al capitale», dichiarava l’allora ceo Pascal Perrier, è un’inutile farsa. Il nome di Windhorst finisce nella bufera per altri scaldali legati a emissioni obbligazionarie e conferma l’inaffidabilità del personaggio, che in Italia tampona via via le situazioni emergenziali senza mai presentare un piano industriale e senza farsi più vedere. Il resto è triste cronaca degli ultimi tre anni con un’inutile attesa da parte di istituzioni, sindacati e dipendenti di una ripartenza a suon di finanza che non ci sarà. E a rimetterci sono come sempre è l’economia reale fatta di fornitori non pagati e lavoratori senza stipendi.


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