Piano casa, stretta anti furbetti. Dati al Fisco e stop ai benefici
di Giuseppe Latour e Giovanni Parente
di Luca Veronese
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Nell’Europa centro-orientale la mancanza di infrastrutture è di certo un ostacolo alla transizione energetica. Per alcuni governi, nonostante gli impegni presi dall’Unione europea, la riduzione delle emissioni non è una priorità, anzi viene considerata come un rischio per lo sviluppo economico. Le resistenze (quasi l’insofferenza) di fronte alla sfida ambientale mostrate più volte dalla Polonia, il
«C’è molta pressione sui Paesi dell’Europa centro-orientale, gli obiettivi della Ue per la riduzione delle emissioni di CO2 diventeranno sempre più ambiziosi», spiega Jaroslaw Wajer, analista di Ernst&Young. «Molti Paesi, dai Baltici alla Romania e ai Balcani, affrontano un’ampia gamma di sfide, tra cui l’aggiornamento delle infrastrutture esistenti e la riduzione della dipendenza energetica dalla Russia. I temi comuni - aggiunge Wajer - includono la necessità di passare rapidamente alla costruzione di capitale rinnovabile e l’indispensabile sostegno finanziario della Ue. Inoltre, i mercati sono molto diversificati e la politica e la geografia sono fondamentali: a Nord è più forte la propensione per l’energia eolica, mentre, nel Sud, sono più evidenti i parchi solari, ad esempio nelle campagne di Romania e Ungheria».
«Se guardiamo solo alle fonti dalle quali ricavano energia, ci sono Paesi come Croazia e Romania che hanno fatto notevoli progressi verso le rinnovabili e altri, come la Slovacchia, la Polonia o l’Ungheria, che sono ancora indietro», dice Pasquale Silvestro di Tonucci&Partners. «Ma il Green Deal deve essere considerato nel suo complesso, quindi - spiega Silvestro che è anche vicepresidente della Camera di commercio italiana in Romania - assieme alle fonti dobbiamo analizzare le politiche energetiche, la realizzazione di un’economia circolare: ambiti nei quali c’è un evidente ritardo dell’Europa centro-orientale rispetto ai Paesi occidentali». Silvestro spiega che «le imprese italiane, con la loro tecnologia ed esperienza, hanno portato nuove pratiche virtuose di economia circolare, per esempio nell’agricoltura e nello smaltimento dei rifiuti, ma spesso hanno dovuto scontrarsi con normative locali non ancora pronte o non abbastanza flessibili da permettere di sviluppare queste attività».
L’obiettivo di arrivare a zero emissioni nette di CO2 entro il 2050 sembra davvero ambizioso. «La Polonia raggiungerà la neutralità climatica al proprio ritmo, in linea con i suoi obiettivi, così potremo effettuare la trasformazione energetica in modo sicuro ed economicamente vantaggioso», ha affermato il premier Mateusz Morawiecki, rivendicando l’eccezione di Varsavia rispetto agli accordi comunitari. E pochi giorni fa il governo polacco, di fronte all’aumento dei prezzi dell’energia, è tornato a chiedere all’Unione europea di rivedere gli obiettivi e i piani per affrontare il cambiamento climatico.
La Polonia è uno dei primi Paesi per emissioni di CO2 della regione: nel 2020, l’energia a carbone ha rappresentato il 70% dell’elettricità prodotta nel Paese, una quota impressionante seppure in calo rispetto al 74% dell’anno precedente. Gli ostacoli alla transizione verso un’energia più pulita sono notevoli: le miniere di carbone, per esempio, impiegano direttamente più di 80mila persone e in modo indiretto garantiscono almeno altrettanti posti di lavoro nelle industrie, il governo si è impegnato a chiuderle entro il 2049, ma sarà in grado di mantenere la promessa? Le centrali nucleari sono un’opzione in fase di esame, ma l’introduzione è lunga e costosa e comporta i suoi problemi ambientali. Mentre l’energia eolica, più facile da installare, sta trovando il sostegno degli investitori e - secondo i piani del governo - dovrebbe spingere la quota di energia rinnovabile sul consumo finale almeno al 23% entro il 2030.