La proposta di riforma del Patto di stabilità conviene soprattutto all’Italia
La proposta della Commissione europea di riforma del Patto di stabilità e crescita sta suscitando un dibattito acceso, tra apprezzamenti e critiche
di Franco Bassanini e Claudio De Vincenti
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La proposta della Commissione europea di riforma del Patto di stabilità e crescita sta suscitando un dibattito acceso, tra apprezzamenti e critiche. Sorprende che queste ultime siano più frequenti in Italia, che da questa riforma potrebbe trarre diversi vantaggi, e che trovi accoglienza più favorevole in altri Paesi europei, come emerge dal comunicato congiunto Le Maire-Lindner di qualche giorno fa.
Non vogliamo discutere qui le diverse obiezioni che sono state mosse alla proposta di riforma: lo ha fatto su queste colonne Marco Buti, con risposte che ci sembrano largamente condivisibili. Vogliamo piuttosto ragionare sul significato complessivo della proposta.
Innanzitutto: superando il vecchio quadro di regole rigide, essa viene incontro alle esigenze di un Paese come il nostro, che è gravato da un elevato debito pubblico, e deve ridurlo, ma che al tempo stesso ha bisogno di sostenere crescita, occupazione e investimenti, senza i quali non si otterrebbe la riduzione del debito.
Non sarebbe certo favorevole all’Italia il ritorno alle vecchie regole che, sospese fino a fine 2023, in assenza di una riforma tornerebbero in vigore nel 2024. Ricordiamo che queste impongono il rientro al 60% del rapporto debito/Pil in vent’anni, un ventesimo ogni anno. Per un Paese che ha un debito intorno al 150% del Pil, ciò imporrebbe una riduzione di 4,5 punti ogni anno, dunque manovre di finanza pubblica fortemente restrittive: ne deriverebbe una pesante e prolungata recessione, con effetti perversi non solo sull’economia reale, ma sulla stessa sostenibilità del debito (non più sostenuta dalla crescita, dal lato del denominatore del rapporto debito/Pil). Se poi anche si riuscisse a derogare a questo vincolo, come si è talora fatto in passato (ma non senza tensioni), i mercati difficilmente lo perdonerebbero: il livello raggiunto dal nostro debito, in un quadro di governance europea sfilacciata da deroghe non concordate, esporrebbe il nostro Paese ai venti dell’instabilità finanziaria e all’impennata dei tassi di interesse. È lo stigma, di cui spesso si discute.
Per l’Italia è dunque importante una nuova governance europea che superi regole vecchie e malate di:

