La «Qualità della vita» compie 30 anni e diventa un percorso
di Marco Mariani
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Correva l’autunno del 1990 e il vecchio mondo della Guerra fredda si stava avviando al tramonto. La Germania celebrava l’unificazione con i cinque Länder dell’Est e il Regno Unito prendeva congedo dall’era Thatcher. In Italia iniziava l’agonia della Prima Repubblica: la scoperta del covo Br di via Monte Nevoso riacutizzava le lacerazioni del caso Moro, presidente del Consiglio era ancora Giulio Andreotti e il Pci era ormai pronto a sciogliersi nel Pds.
Il futuro, intanto, si annunciava sotto il segno dell’Europa senza frontiere, con la firma italiana degli accordi di Schengen. Il riscaldalmento globale era già in azione, ma in quei giorni nessuno ne aveva consapevolezza.
Correva, dunque, l’autunno del 1990 e lunedì 1° ottobre Il Sole 24 Ore pubblicava la prima indagine sulla Qualità della vita nelle province italiane. Una «radiografia della ricchezza, dei servizi pubblici e della tranquillità sociale» sviluppata attraverso 37 indicatori e proposta in sei pagine fitte di percentuali, punteggi e graduatorie.
Nell’impostazione del dossier c’era in fieri quello che, con l’avvento di internet e delle banche dati digitali, si sarebbe affermato come un nuovo pilastro dell’informazione: il data journalism, ovvero leggere i fenomeni sociali ed economici attraverso una grande massa di numeri, statistiche e confronti.
Al tempo stesso, l’idea di proporre parametri di valutazione sulla qualità della vita anticipava lo sviluppo nei decenni successivi di una più ampia corrente di pensiero su come misurare il rapporto tra ricchezza e felicità, tra crescita economica e grado di soddisfazione delle persone. Una riflessione che, in tempi recenti, ha portato l’Istat a formulare un set di 129 indicatori di «Benessere equo e sostenibile» e il Governo a dover indicare ogni dodici mesi nel Def (il Documento di economia e finanza) l’impatto della manovra finanziaria su 11 di questi indicatori.


