La quiete dei BTp in mezzo alla tempesta (scampata) sul debito italiano
Per il mercato non esiste ancora un «caso Italia». Il Pil sopra le attese dà sostegno ai titoli del tesoro e gli investitori sono «distratti» dalle attese sulle mosse della Bce.
di Maximilian Cellino
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I punti chiave
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I BTp riescono a superare indenni una settimana densa di trappole, soltanto in parte attese: dai «segnali» lanciati indirettamente dal l’agenzia Moody’s sul debito italiano e sul suo rating sull’orlo della «spazzatura» alle perduranti schermaglie con l’Europa che chiede al nostro Paese la ratifica del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, passando attraverso l’incidente di percorso in Parlamento sull’approvazione dello scostamento di bilancio previsto dal Def. In cinque sedute il rendimento dei nostri titoli di Stato è infatti diminuito di quasi 20 centesimi fino al 4,17%, e ha mantenuto sostanzialmente invariato a 186 punti base lo spread nei confronti dei Bund, il tutto mentre il Tesoro piazzava in asta senza particolari preoccupazioni obbligazioni a breve e lungo termine per complessivi 15 miliardi di euro.
Nessun «caso Italia» per ora
Si ha insomma l’impressione che non esista un «caso Italia», almeno per il momento. Certo, sempre sulla scadenza decennale la Grecia viaggia ancora appaiata ai nostri livelli e la Spagna (3,35%) rimane distante, mentre se si volge lo sguardo a Piazza Affari ci si imbatte in un listino che con la flessione dello 0,3% di venerdì ha perduto nelle ultime cinque sedute il 2,4% e quindi più delle altre Borse continentali. Su quest’ultimo versante incide però in misura rilevante la sovraesposizione degli indici di Milano a quel settore bancario finito sotto pressione alla vigilia della pubblicazione dei bilanci. Tornando invece all’obbligazionario, dai movimenti recenti si ricava l’idea che il mercato sia distratto da altri temi, primo fra tutti la decisione che la Banca centrale europea è chiamata a prendere sui tassi di interesse giovedì 4 maggio.
I dubbi sulle decisioni Bce
A pochi giorni di distanza da quell’appuntamento i dubbi sulla misura del rialzo del costo del denaro, 25 o 50 punti base, restano infatti ancora tutti in piedi. Le oscillazioni dei rendimenti, che pure non sono mancate, hanno quindi dapprima seguito le immancabili esternazioni dei banchieri centrali, divisi come sempre fra «falchi» e «colombe». Successivamente, una volta entrati nel «periodo di silenzio», le attenzioni si sono invece concentrate sui dati macroeconomici che, per stessa ammissione del presidente Christine Lagarde, orienteranno fino all’ultimo la scelta dell’Eurotower.
La giornata di venerdì è sotto questo aspetto stata esemplare, soprattutto come antipasto di ciò che avverrà martedì prossimo quando in programma ci saranno gli attesi dati sull’inflazione nell’area euro di aprile. A diffondere le cifre preliminari sugli indici dei prezzi al consumo sono stati diversi Paesi, fra cui la Germania, evidenziando in alcuni casi anche un rallentamento superiore alle attese. Al tempo stesso le prime indicazioni sul Pil del primo trimestre hanno rivelato una dinamica stagnante per l’intera area, che pure sembra in grado per il momento di evitare la recessione tecnica, con segnali però contrastanti nei vari Paesi. Sotto questo aspetto la crescita oltre ogni più rosea previsione mostrata dall’economia italiana (+1,8% su base annua), pur trattandosi di un’indicazione temporanea e meritevole di conferme, potrebbe aver dato ulteriore sostegno ai BTp.
«Gli ultimi dati sul Pil e inflazione pubblicati nei Paesi dell’Eurozona hanno ridotto il rischio di un rialzo dei tassi di 50 punti base, che ora è prezzato con una probabilità di circa il 10%», sottolinea in ogni caso Luca Cazzulani, Head of Strategy Research di UniCredit, che pure tende a non escludere a priori quest’ipotesi e i suoi eventuali contraccolpi sul mercato obbligazionario. Se la Bce dovesse decidere per un’altra mossa più energica i mercati tornerebbero a prezzare un picco dei tassi dell’area euro al 4% e «in questo scenario - avverte Cazzulani - ci potremmo attendere una pressione al rialzo sui rendimenti dei Bund a 10 anni verso l’area del 2,75% e probabilmente anche un certo irripidimento della curva dei BTp». I «pericoli» per il Tesoro arrivano (per ora) soprattutto da Francoforte.


