La ratifica del Mes, le linee rosse italiane e i cambi della politica
Ciò che è stato tolto dal Mes, ricompare ora improvvisamente nella proposta avanzata dalla Commissione europea per la riforma del Patto di stabilità
di Giovanni Tria
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I punti chiave
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A volte narrare i fatti serve a chiarire i concetti. Era il giugno del 2018, quando come neoministro dell’economia andai a Berlino, prima visita all’estero, per incontrare l’allora Ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz. I temi sul tavolo furono subito la riforma Mes e la trattativa sull’Unione bancaria. In particolare, io esposi subito le linee rosse italiane che non potevano essere sorpassate se si voleva procedere in entrambi i negoziati. Le principali riguardavano la non accettabilità di attribuire al Mes un compito di sorveglianza fiscale, cioè la possibilità di effettuare una analisi di sostenibilità del debito dei Paesi membri e renderla pubblica, o di prevedere nella definizione dell’Unione bancaria un percorso di possibile ristrutturazione dei debiti sovrani. Le linee rosse non erano nuove, ma erano in continuità con le posizioni italiane espresse in precedenza e rispondevano tutte ad una logica di difesa della stabilità finanziaria, perché definire percorsi di default dei debiti sovrani o pubblicizzare rating di sostenibilità degli stessi avrebbe comportato il rischio di destabilizzare i mercati dei titoli dei Paesi con elevato debito, anche se con solidi fondamentali economici, come l’Italia.
Il punto del contendere
Ma il vero punto del contendere, che riguarda il negoziato sull’Unione bancaria, era che, dietro la volontà di ufficializzare rating sui debiti pubblici dei singoli Paesi europei, c’era l’idea di abbandonare la regola per cui tutti i titoli rappresentativi di questi debiti devono essere considerati come safe assets, ossia titoli sicuri senza rischio, nella stima dei patrimoni bancari. Abbandonare questa regola significa, ad esempio, tentare di attribuire ai titoli del debito italiano una ponderazione di rischio maggiore di altri, con la conseguenza che il sistema bancario italiano si troverebbe nelle condizioni di doverne ridurre le quantità detenute per rispettare i requisiti patrimoniali.
La posizione negoziale espressa subito da Scholz in quell’incontro fu che non potevamo, noi italiani, avere il cosiddetto “backstop”, cioè il nuovo fondo ad integrazione del Fondo per la risoluzione delle crisi bancarie ritenuto insufficiente, che rappresentava il punto centrale della riforma del Mes, senza condizionalità. La mia risposta fu che il “backstop” non era una richiesta italiana e che l’Italia, pur non essendo contraria alla sua istituzione perché utile all’Europa, non la considerava certo materia di scambio. Le posizioni nel negoziato furono, quindi, subito chiare.
Il negoziato
Saltiamo ad un anno dopo, giugno 2019, quando, dopo una risoluzione votata in Parlamento dalla maggioranza, che invitava a non approvare riforme che “minino le prerogative della Commissione europea in materia di sorveglianza fiscale”, si arrivò al negoziato che, dopo la consueta notte di trattative, portò ad un accordo nell’Eurogruppo secondo il quale tutte le condizionalità non accettabili dall’Italia, compresa la principale richiamata dalla risoluzione citata, vennero eliminate. Le linee rosse non erano state sorpassate. All’alba di quel giorno comunicai il risultato positivo al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che si complimentò. Poi la storia continua e sembra che lo stesso Presidente del Consiglio abbia cambiato oggi idea e, nella sua nuova stagione politica, non voglia votare la riforma del Mes. Ma non è questo che interessa.
Quel che interessa è che ciò che è stato tolto dal Mes allora, ricompare ora improvvisamente nella proposta avanzata dalla Commissione europea per la riforma del Patto di stabilità. Il perno della proposta è infatti l’attribuzione alla Commissione europea del compito di avviare i negoziati bilaterali con i Paesi con alto debito in base ad una analisi della sostenibilità del loro debito, resa pubblica, come base per la definizione di un sentiero di aggiustamento fiscale consegnato ai singoli Paesi e su cui negoziare. Nella prima versione della proposta, poi emendata a seguito delle richieste italiane, si proponeva anche una preventiva classificazione dei Paesi per livello di rischio di sostenibilità del debito.

