La risposta italiana sulla difesa: garanzie su 200 miliardi privati
Il ministro Giorgetti propone un ombrello da 16,7 miliardi (leva 12) per investire anche in industria civile e intelligenza artificiale. «Il debito va ripagato, stiamo risanando i conti»
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«Nuovo debito pubblico, sia esso nazionale o europeo, dovrà essere ripagato», e questo è «particolarmente importante per un Paese come l’Italia, impegnato in uno sforzo sostenuto di riduzione del proprio debito attraverso prolungati surplus nel bilancio primario».
È la premessa, fissata nero su bianco da Giancarlo Giorgetti, della risposta italiana al Piano RearmEu della Commissione europea, che il ministro dell’Economia ha presentato ieri a Bruxelles ai suoi colleghi degli altri Stati membri nella cena che ha seguito l’Eurogruppo, mentre per oggi è in programma l’Ecofin. La proposta traduce l’idea delle garanzie pubbliche lanciata nel Consiglio europeo di venerdì dalla premier Giorgia Meloni: nel piano del Mef queste garanzie dovrebbero seguire la rotta tracciata con InvestEu, e impegnare circa 16,7 miliardi per mobilitare, con una leva intorno a 12, circa 200 miliardi di investimenti privati nell’orizzonte di tre-cinque anni. Investimenti, altro dato cruciale, che «attraverso questa struttura innovativa» secondo l’Italia dovrebbero essere canalizzati «soprattutto verso i settori ad alta tecnologia e le imprese fondamentali per la sicurezza e la resilienza dell’Europa»; in un’ottica allargata che guarda ovviamente a «difesa e sicurezza», ma non trascura «manifattura avanzata, intelligenza artificiale e tecnologie dual-use», impiegabili in chiave sia militare sia civile.
Lo sguardo ampio si riflette anche nel nome del nuovo meccanismo, battezzato «European Security & Industrial Innovation Initiative»: bene la sicurezza, sembra dire l’Italia, ma senza trascurare industria e innovazione che sono indispensabili a far crescere il Pil oltre agli armamenti.
Per ottenere questi risultati, non privi di ambizione in particolare per quel che riguarda l’effetto leva, occorre una struttura di garanzie in grado di «ottimizzare l’utilizzo complementare di risorse nazionali ed europee», che quindi avrebbero una sorta di ruolo cadetto rispetto ai capitali privati coperti dall’ombrello. L’ombrello funzionerebbe su tre livelli: una tranche first-loss, supportata dagli Stati membri per assorbire i rischi iniziali, una mezzanina, coperta con «modesti contributi del bilancio europeo», e una senior, ad «alta protezione», per poter disporre della «massima fiducia dei mercati».
L’idea serve a Roma per cercare di correggere una prospettiva che con 30-35 miliardi di investimenti pubblici ipotecherebbe il percorso di risanamento appena avviato dall’Italia, che condivide con l’Europa i rischi di crescita spenta ma in più deve ancora pagare per due anni il dazio pieno del Superbonus.


