Mind the Economy/Incentivi 19

La rivoluzione dell’informazione

Sul finire degli anni ‘60, l’allora giovane George Akerlof, futuro Nobel per l’economia, faticava a trovare una rivista scientifica disposa a pubblicare i risultati del suo primo studio sui mercati con informazioni asimmetriche

George A. Akerlof,

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Sul finire degli anni ‘60, l’allora giovane George Akerlof, futuro Nobel per l’economia, faticava a trovare una rivista scientifica disposa a pubblicare i risultati del suo primo studio sui mercati con informazioni asimmetriche. L’American Economic Review e la Review of Economic Studies giudicarono il saggio “banale”. I revisori del Journal of Political Economy lo rifiutarono sostenendo che il suo modello teorico era sbagliato. Non poteva essere corretto, perché se lo fosse stato, scrivevano i revisori, tutta la teoria economica allora nota avrebbe dovuto essere ripensata. Alla fine, l’articolo venne pubblicato sul Quarterly Journal of Economics nel 1970 e oggi è uno degli studi più citati al mondo e continua ad essere il documento più scaricato di sempre dalla principale banca dati di studi economici. E, tutto sommato, i revisori del Journal of Political Economy non avevano torto. Le idee di Akerlof, così come il lavoro dei molti che lo hanno seguito, ha davvero portato a ripensare la teoria economica come allora veniva studiata. Per questo non è esagerato parlare di una vera e proprio “rivoluzione dell’informazione”. È di questo che ci siamo occupati nei Mind the Economy degli ultimi mesi.

L’economia dell’informazione ha rivoluzionato il nostro modo di comprendere il funzionamento dei mercati, delle organizzazioni e delle istituzioni, più in generale. I modelli tradizionali basati sull’idea di agenti perfettamente razionali e informati che prendono decisioni in un contesto di mercato efficiente, si sono rivelati inadeguati a spiegare le numerose anomalie che ogni giorno osserviamo nel mondo reale. Il lavoro di economisti come George Akerlof, Michael Spence e Joseph Stiglitz ha dimostrato che l’informazione è un bene prezioso ma che non è posseduto in modo uniforme e che l’asimmetria che caratterizza la sua distribuzione genera inefficienze, distorsioni e, in alcuni casi, veri e propri fallimenti di mercato. Quando in una transazione una delle parti ha più informazioni dell’altra, si creano le condizioni per l’insorgenza di fenomeni come la “selezione avversa” o l’“azzardo morale”.

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La “selezione avversa” si manifesta quando un mercato tende a essere invaso da beni di bassa qualità o da soggetti con caratteristiche disfunzionali – politici corrotti, medici incompetenti, funzionari pubblici disonesti, lavoratori poco produttivi, etc. - a causa dell’impossibilità di consumatori, elettori, pazienti, cittadini, di distinguere tra opzioni buone e cattive a causa dell’opacità dell’informazione rilevante. L’esempio classico studiato da Akerlof è il mercato delle auto usate, nel quale il venditore conosce la qualità alta o bassa delle auto in vendita, mentre i potenziali acquirenti sono informati solamente della qualità media delle auto. Se gli acquirenti non possono conoscere con certezza la qualità di ogni singola auto saranno disposti a pagare, al massimo, un prezzo corrispondente alla qualità media delle auto. Un prezzo che sarà quindi troppo basso per soddisfare i proprietari di auto di alta qualità. Queste, quindi, usciranno dal mercato lasciando spazio solamente alle auto di bassa qualità. In questo modo la qualità media si abbasserà ulteriormente, così come il prezzo che gli acquirenti saranno disposti a pagare. Ciò spingerà anche i proprietari di auto di qualità intermedia ad uscire dal mercato. In questo modo, alla fine, rimarranno solamente coloro che possiedono auto di bassa qualità, i cosiddetti lemons, i “bidoni”. Ecco la “selezione avversa”. Ci sono quelli che vogliono vendere un’auto di alta qualità, ci sono quelli che vorrebbero comprarla, ma a causa dell’asimmetria informativa, domanda e offerta non si incontrano e il mercato fallisce. Moneta cattiva scaccia moneta buona, come recita l’antica legge di Gresham. È importante sottolineare che la selezione avversa danneggia sia chi vende che ci compra. L’asimmetria informativa, infatti, penalizza anche i possessori di auto di alta qualità che vorrebbero vendere le loro auto ad un prezzo congruo ma che non riescono ad incontrare quei potenziali acquirenti che sarebbero ben disposti a pagare un prezzo adeguato se solo potessero essere certi della qualità dell’auto che stanno acquistando. Per mitigare la selezione avversa, entrano in gioco due meccanismi fondamentali: la segnalazione e lo screening. La segnalazione consiste nel fornire informazioni credibili sulla qualità. Un esempio è l’istruzione: un laureato di un’università prestigiosa non dimostra solo di avere conoscenze, ma anche di possedere capacità di impegno e perseveranza. Le garanzie sono un altro strumento. Se i beni che produci sono di bassa qualità non potrai permetterti di estendere la garanzia a dieci anni, per esempio. La tracciabilità dei beni alimentari, le etichette e le certificazioni funzionano allo stesso modo. Lo screening, invece, è usato dalla parte meno informata per ottenere i dati rilevanti. Le compagnie assicurative, per esempio, differenziano i premi in base all’età, alle condizioni di salute, allo stile di vita, all’esperienza, così da selezionare i clienti in base al loro livello di rischio. Se si offre una polizza con un premio basso ma con una franchigia alta per la quale l’assicurato paga di tasca propria, per esempio, i primi 1.500 euro di spese mediche e un’altra con un premio più alto, ma con una copertura completa e senza franchigia, con tutta probabilità le persone in buona salute che si aspettano di dover affrontare poche spese mediche, sceglieranno la prima polizza mentre le persone con problemi di salute, che prevedono spese mediche elevate, sceglieranno la seconda, anche se costa di più. In questo modo l’assicuratore riesce a fare in modo che l’informazione nascosta – lo stato di salute del cliente – venga rivelata attraverso la sua scelta.

L’azzardo morale, invece, si verifica quando un agente, sapendo di non poter essere controllato in maniera puntuale, adotta comportamenti rischiosi o opportunistici. Il caso delle banche o di altre istituzioni finanziarie too big to fail, è, da questo punto di vista, emblematico. Sapendo che lo Stato interverrebbe in caso di fallimento, per evitare rischi sistemici e per proteggere i risparmi dei cittaini, perché non concedersi investimenti rischiosi ma altamente profittevoli? Un lavoratore che non può essere facilmente controllato né licenziato potrebbe avere la tentazione di ridurre il proprio impegno e battere la fiacca? Allo stesso modo la disponibilità di farmaci efficaci e facilmente accessibili può indurre le persone a mantenere comportamenti rischiosi. L’introduzione di farmaci antiretrovirali efficaci per l’HIV, per esempio, ha portato ad un aumento dei comportamenti a rischio rispetto a quando le cure erano meno efficaci, con l’effetto di un incremento, negli ultimi anni, delle nuove infezioni.

Un elemento cruciale per ridurre le inefficienze legate all’informazione è la reputazione. Nei mercati digitali, sistemi di feedback e recensioni permettono ai consumatori di prendere decisioni informate e di fidarsi di venditori sconosciuti. Amazon, Airbnb e Uber si basano fortemente sui meccanismi reputazionali per costruire la necessaria fiducia tra i loro utenti.

Gli incentivi sono un altro strumento essenziale per cercare di mitigare i potenziali effetti negativi dell’“azzardo morale”. Tuttavia, come abbiamo visto in alcuni degli ultimi Mind the Economy, questi devono essere progettati con estrema attenzione per evitare effetti indesiderati. Un classico esempio è quello delle scuole: se gli insegnanti venissero premiati solo in base ai punteggi che i loro studenti ottengono nei test standardizzati, potrebbero concentrarsi su un insegnamento mirato solo ai test (teaching to the test) trascurando lo sviluppo delle altre competenze degli studenti.

Altri due temi importanti su cui ci siamo dilungati negli ultimi mesi sono quello del mechanism design e dell’information design o della “persuasione bayesiana”. Il primo studia come progettare regole e istituzioni per ottenere risultati efficienti anche in presenza di informazione asimmetrica. Questo approccio è stato usato per implementare aste governative per la concessione di diritti di sfruttamento, sistemi di allocazione degli organi per i trapianti e mercati dell’energia. L’information design, invece, analizza il ruolo delle strutture informative nel condizionare le scelte. Un esempio è la progettazione delle interfacce delle piattaforme digitali: Google e Facebook decidono quali informazioni mostrare agli utenti per massimizzare l’interazione, influenzando le loro decisioni.

Da ultimo abbiamo affrontato il tema della trasparenza dell’informazione, come antidoto a potenziali conflitti di interesse e come meccanismo di riduzione dell’inefficienza. Sebbene gli effetti della divulgazione trasparente delle informazioni rilevanti, la cosiddetta disclosure, siano generalmente positivi, non va trascurato il fatto che non basta divulgare l’informazione. Questa, infatti, agisce solamente dopo che i soggetti interessati l’hanno effettivamente acquisita e interpretata. Se l’informazione è eccessiva, per esempio, i destinatari potrebbero essere spinti ad evitarla del tutto. Quanti di noi leggono per esteso tutte le indicazioni legate alla privacy prima di installare una nuova app sul cellulare o di visitare un sito internet? Inoltre, la divulgazione obbligatoria di conflitti di interesse può minare la fiducia invece di promuoverla. Un medico che dichiara legami con una casa farmaceutica potrebbe essere visto con sospetto anche quando dà consigli validi.

L’economia dell’informazione è una scienza giovane ma che già ha prodotto un impatto profondo su molte discipline contigue, dalla politica alla biologia, dalla psicologia all’intelligenza artificiale. Il futuro di questa rivoluzione dipenderà dalla nostra capacità di applicare le sue lezioni alle grandi sfide del XXI secolo, come la regolamentazione delle piattaforme digitali, la protezione della privacy e la lotta alla disinformazione. Comprendere come l’informazione viene prodotta, trasmessa e utilizzata è essenziale per immaginare e realizzare sistemi sociali ed economici più giusti ed efficienti. Stiamo entrando in un’epoca in cui la disponibilità di dati, la connettività globale e l’intelligenza artificiale ridefiniscono il concetto stesso di informazione. Le barriere tradizionali tra chi detiene la conoscenza e chi ne è privo si stanno dissolvendo, lasciando spazio a nuove forme di trasparenza, ma anche a nuove vulnerabilità. L’asimmetria informativa sta cambiando forma: se un tempo era il segreto industriale a garantire il potere economico, oggi è la capacità di analizzare, interpretare e sfruttare i dati a determinare il vantaggio competitivo. I mercati digitali, le criptovalute, gli algoritmi predittivi e i sistemi di machine learning stanno riscrivendo le regole e ridefinendo i concetti di “selezione avversa” e di “azzardo morale”.

Dobbiamo interrogarci esplicitamente nell’ambito di un’arena pubblica e aperta rispetto alla direzione verso la quale vogliamo dirigerci. Vogliamo un mondo in cui l’informazione sia una moneta scambiabile tra pochi attori privilegiati, o un ecosistema in cui la conoscenza è un bene condiviso, accessibile e democratico? La tecnologia ha il potenziale di ridurre le disuguaglianze informative, ma senza una governance attenta il rischio che queste vengano invece amplificate è davvero concreto.

Se il Novecento è stato il secolo della produzione industriale, il Ventunesimo sarà il secolo della produzione di conoscenza. Il capitale non è più solo nelle fabbriche, ma nei flussi di dati, nella capacità di filtrare il rumore dall’informazione, di distinguere la verità dalla manipolazione.

L’economia dell’informazione ci insegna che il sapere non è mai neutrale: è potere, è responsabilità, è costruzione di futuro. Sta a noi decidere se vogliamo un’economia guidata dalla saggezza e dall’inclusione o un mondo in cui pochi decidono per molti. La rivoluzione dell’informazione non è solo un fenomeno economico, ma un’opportunità di ripensare la società stessa. E la sua storia, la nostra storia, è ancora tutta da scrivere.

(*) Professore di Politica Economica all’Università di Cagliari

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