Intervista

Lezioni di leadership da Gustavo Thoeni: la semplicità di essere un leader vincente

Un'intervista con Gustavo Thoeni, ex campione di sci, che condivide i segreti della leadership e del successo

Lezioni di leadership da Gustavo Thoeni: la semplicità di essere un leader vincente

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L’appuntamento è fissato per le 8.30, un orario che per un uomo di montagna è (di norma) sinonimo di mattina già avanzata. Ma questa volta non si tratta di partire per un’escursione o di essere per tempo sulle piste e farsi trovare pronti al cancelletto di partenza. L’incontro con Gustav Thöni, Gustavo Thoeni all’italiana, è per un’intervista a “casa sua”, nel bellissimo albergo di famiglia a Trafoi, l’Hotel Bellavista, una struttura con alle spalle 150 di storia (era una stazione di posta e di ristoro per chi transitava da questi luoghi attraversando il Passo dello Stelvio) e oggi confortevole alloggio per chi decide di passare qualche giorno nella natura al cospetto delle cime imponenti dell’Ortles e del Madaccio.

Ci sediamo al tavolo della sala comune dopo la colazione, che lui stesso si è preparato e sparecchiato, nello stesso ambiente dove è stato girato il docufilm “La Valanga Azzurra” a firma di Giovanni Veronesi e dove è allestito il piccolo museo in cui sono conservate le sue coppe (comprese quelle di cristallo originali dei trionfi mondiali) e le sue medaglie, i ritagli di giornale dell’epoca e i cimeli più significativi di un’intera carriera (tute, pettorali e ovviamente sci). Provo ad argomentare, non senza emozione, che non si parlerà delle sue gesta sportive bensì di leadership, talenti e dinamiche organizzative, consapevole di avere di fronte un personaggio che fa un uso parsimonioso delle parole.

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La chiacchierata ha quindi inizio con il sorriso gentile di Gustav Thoeni

La chiacchierata ha quindi inizio con il sorriso gentile di Gustav, un sorriso specchio della sua natura timida e riservata e che ne ha caratterizzato l’immagine al cospetto delle telecamere e degli obiettivi dei fotografi, quando era il numero uno dello sci e anche successivamente, quando divenne direttore tecnico (e poi direttore generale) della Nazionale italiana di sci. Un sorriso che, oggi, impreziosisce il carisma di chi ha saputo mettersi ancora una volta a disposizione di una squadra.

Per diversi anni è stato il volto più noto e vincente della Valanga Azzurra: si sentiva un leader? E cosa significa per lei essere leader?

Non pensavo al ruolo di leader. Mi concentravo sulle gare, a vincerle e a migliorare sempre. E vincendo i compagni di squadra mi hanno seguito, perché quando uno vince gli altri cercano di imitarlo, di capire come andare più veloce e cosa si può prendere di buono per essere più competitivi.

Un capitano “silenzioso” insomma, che portava alla squadra i messaggi dell’allenatore: Mario Cotelli era un buon manager? 

Era bravissimo a gestire le relazioni fra la squadra e la stampa, a fare da intermediario fra gli atleti e il mondo esterno, che fossero i giornalisti o i tecnici e i dirigenti della Federazione. Era sempre accanto a noi, seguiva la squadra ovunque, in allenamento e quando c’erano le gare. Era il nostro punto di riferimento.

E che allenatore è stato Gustav Thoeni per Alberto Tomba?

Lo seguivo per la parte tecnica, facendo parte del suo team: Alberto aveva un grandissimo talento, io ho cercato semplicemente di aiutarlo ad allenare le sue doti nel modo giusto, a essere più ordinato per valorizzare al meglio questo talento.

Vorrei tornare al concetto di leader: è cambiato secondo lei il suo significato rispetto agli anni ’70, nello sport come in altri campi?

È cambiato, è senz’altro cambiato. Se guardiamo al mondo delle sci, gli atleti più importanti hanno quasi tutti uno staff, quello che avevamo con Alberto Tomba o che anni prima aveva anche Marc Girardelli, sotto la gestione del padre. Lo sci, come altri sport, è una disciplina individuale quando si è sul campo di gara ma l’essere squadra, in modo compatto, spesso fa la differenza, a cominciare dagli allenamenti: il confronto con il compagno più bravo fa crescere anche tutto il resto del gruppo.

Diventare un modello per gli altri non è una virtù di molti: come si conquista la fiducia e il rispetto dei compagni? E come si applica questo concetto in un’impresa?

In qualsiasi ambito, sportivo e soprattutto lavorativo, il leader deve essere la figura guida, il punto di riferimento per le persone che lavorano insieme a lui: se come responsabile di un team richiedo puntualità, al campo di allenamento o in ufficio, non posso arrivare più tardi, perché sarebbe un cattivo esempio.

Il rapporto di fiducia con i propri collaboratori è senz’altro molto importante, il clima che si crea internamente a un gruppo è fondamentale, perché se ognuno pensa a sé stesso, o si lamenta in continuazione e non trova nulla di positivo in ciò che fanno e sono gli altri, non si va da nessuna parte e non si porta alcun vantaggio a nessuno. Pensiamo al calcio: un giocatore bravo, un talento, al quale non viene mai passata la palla non può giocare, non può essere utile alla squadra e dare il suo contributo.

Quanto conta la “testa” per essere vincenti? Conta più del talento e dell’esperienza?

Ci devono essere tutte e tre queste componenti, anche se credo che la testa sia la caratteristica vincente. Se penso alla mia esperienza di atleta ricordo che in squadra avevamo tanti ragazzi che in allenamento erano veloci fra i pali come lo ero io: poi in gara era diverso, perché negli appuntamenti e nelle occasioni che contano è necessario gestire la pressione e avere la capacità di non sentirne il peso. Senza la testa, anche il grande talento può incontrare difficoltà. Ma può capitare a tutti di non essere al meglio, di non essere sempre al massimo.

Un’ultima domanda: secondo lei è più facile essere un vincente, un leader e un esempio nello sport o in un’azienda?

Penso che essere una guida sia difficile in ogni campo. In qualsiasi ambito agonistico servono capacità e tanto impegno, e in una grande azienda da centinaia o migliaia di dipendenti chi la dirige ha bisogno di diversi collaboratori perché una persona, da sola, può fare poco.

E questo vale anche per un’azienda familiare come la nostra, che richiede un lavoro incredibile da parte di tutti: una volta era mia madre a rispondere, una settimana dopo averle ricevute, alle lettere dei clienti che volevano prenotare una stanza per l’estate. Oggi riceviamo centinaia di e-mail e siamo chiamati a rispondere entro 10 minuti. È un segno che la nostra società corre troppo? Probabilmente sì…. (e lo dice con un sorriso gentile).

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