Lo studio

La siccità non si ferma, Abruzzo a rischio desertificazione nel 2100

di Michele Romano

Prosegue il calo progressivo della portata

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Il progressivo calo della portata del fiume Aterno-Pescara, che con i suoi 145 km. è il più lungo d’Abruzzo e con un’area spartiacque di 3.151 chilometri quadrati taglia in due la regione, è il segnale più evidente di una siccità che, entro il 2100, potrebbe desertificare una delle aree più verdi del Paese, mettendo in ginocchio sia la produzione agricola che quella di energia, la cui principale fonte di approvvigionamento è rappresentata dalle 57 centrali idroelettriche. Lo studio dell’università di Chieti Pescara, coordinato dal team di Piero Di Carlo, ordinario di fisica dell’atmosfera e climatologia, è andato indietro fino al 1985, ha passato al setaccio portate dei fiumi, precipitazioni, temperature, evapotraspirazione, uso e gestione del suolo, stoccaggio di acqua e bacini idrici per arrivare a proiettare quello che sarà l’Abruzzo tra 75 anni.

«Per quanto ne sappiamo, questo è uno dei primi studi che applica un modello dettagliato per simulare i processi idrologici e comprendere l’impatto del cambiamento climatico nel bacino idrografico dell’Aterno-Pescara», spiega il docente. E visto che la maggior parte delle strutture di generazione idroelettrica e della popolazione abruzzese risiede lungo quest’area, la comprensione degli impatti su questo bacino idrografico diventa di estrema importanza: il fiume, che 40 anni fa portava a valle 95 mila mc. di acqua al giorno, nel 2050 ne potrebbe portare 74 mila e nel 2100 soli 60 mila, mentre le precipitazioni potrebbero passare dagli 800 mm/anno del 1985 ai 611 mm/anno del 2100. Dai modelli applicati dai ricercatori, inoltre, le siccità meteorologiche potrebbero durare tra i 105 e i 163 mesi e quelle idrologiche da 100 fino a 150 mesi.

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Al rischio di siccità prolungate legate al cambiamento climatico, però, Di Carlo segnala un’altra criticità: la rete idrica abruzzese ha una perdita di acqua potabile del 62,5%, «percentuale intollerabile per una regione che solo 23 anni fa voleva esportare questa sua ricchezza in Puglia, mentre in alcune aree del Chietino e del Pescarese si verificano ancora oggi razionamenti nelle ore notturne. Il nostro studio – conclude il docente - sarà utile a ricercatori e politici per comprendere le dinamiche climatiche dell’area ed elaborare velocemente piani di adattamento efficaci per la gestione operativa delle risorse idriche».

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