La sostenibilità è ambientale, ma anche economica e sociale

di Federico Maurizio D'Andrea

3' min read

3' min read

Tra i termini che, in questo periodo, hanno un gran successo, c’è certamente quello della “sostenibilità”, solitamente abbinato a tematiche ambientali ma che, per come vedremo, ha in sé il pregio di racchiudere un significato più ampio e, sotto tanti punti di vista, non ancora del tutto esplorato.

In termini ambientali, mi piace ricordare, seguendo gli insegnamenti di Herman Dayle (considerato il fondatore dell’Economia ecologica, da non confondere con l’economia dell’ambiente), che è ben difficile parlare, in modo acritico, di un incremento materiale infinito in un ambiente finito e che, sol per questo, sarebbe necessario stabilizzare (se non diminuire) il rapporto tra l’input di risorse naturali prelevato dall’ambiente e l’output sotto forma di rifiuti, gas di scarico e calore, rallentando il depauperamento delle risorse terrestri al fine di assicurare una migliore qualità della vita dei viventi ma soprattutto delle generazioni future.

Loading...

Ma, come ricordavo, il concetto di sostenibilità non può essere limitato all’ambiente in quanto il tema abbraccia almeno altri due ambiti, quello sociale e quello economico: il non declinare la sostenibilità in termini anche economici e sociali significa mancare di una visione unitaria e offrire, al limite, soluzioni settoriali, per definizione, incomplete e incompiute.

Da questo punto di vista, le novità, anche normativamente, introdotte dovrebbero essere viste non come un ostacolo, ma come uno stimolo a modificare quelle routine che, solitamente, portano a una stagnazione del proprio modo di pensare e operare.

Tuttavia, è un enorme errore quello di imporre regole che, poi, non vengono rispettate, senza che ciò comporti conseguenze nei confronti dei non rispettosi: questo, infatti, può comportare un effetto espansivo della non osservanza delle regole che può arrivare a coinvolgere anche quelle magari sempre (in passato) rispettate.

A esempio, l’uso e l’abuso del termine “sostenibile” per una sempre maggiore quantità di attività e di prodotti, alla fine, ne scredita l’essenza e serve solo a legittimare l’esistente, senza affrontare mai, approfonditamente, la sostanzialità del suo intrinseco significato.

E, invece, è importante riportare il dibattito a un sano realismo economico e politico, perché così come è necessario creare un ambiente adatto al dispiegarsi dell’economia, è parimenti necessario non dimenticare che, in una società complessa, è erroneo operare una esasperata frammentazione del sapere e delle conoscenze (in campo economico, a esempio, Hayek sosteneva che “nessuno che sia solo un economista può essere un grande economista…un economista che è solo un economista diventa nocivo e può costituire un vero pericolo”).

In questo senso, creare una cultura della sostenibilità è diverso dall’imporre un “dovere” del rispetto della sostenibilità: la già menzionata cultura, qualora dovesse affermarsi, dovrebbe basarsi su una etica intergenerazionale, con riflessi nell’economia dai confini ancora non ben definiti, ma su cui val la pena soffermarsi in modo approfondito.

I fenomeni complessi non possono essere ridotti a semplificazioni né affrontati in modo e con un metodo semplificato.

Certo non è il momento storico migliore per questo argomentare, vivendosi in un sistema socialmente regredito e desertificato in termini di visione collettiva a tutto vantaggio di una società “iocentrica”, improntata all’affermazione di un egoismo impositivo, sempre più evidente anche in quelle parti del mondo fino a qualche tempo fa considerate un (il?) punto di riferimento delle democrazie mondiali.

Ed è altresì evidente che creare una cultura della sostenibilità mal si concilia anche con riforme fini a sé stesse, inespressive di un’idea di società e, soprattutto, incapaci di distaccarsi dalla gestione dell’esistente.

In definitiva, ci si può anche dilettare a parlare di sostenibilità, ma quel che conta è mettere in pratica i buoni propositi che, purtroppo, nell’attuazione, brillano per la loro latitanza, facendo emergere le sostanziali differenze tra chi crede autenticamente e unitariamente nei valori di sostenibilità (ambientale, economica e sociale) e chi, viceversa, si occupa solo della propria sostenibilità (economica), non curandosi del resto e degli altri.

E’ il riaffiorare dell’eterno dilemma tra la conoscenza di ciò che si è e l’inconsapevolezza di ciò che si potrebbe essere: solitamente trionfa il corto respiro, il pensiero conservativo (qui e ora), il singolarismo spinto, per il semplice motivo che, purtroppo, non è mai agevole ragionare in termini di vision prospettiche né occuparsi seriamente degli altri o interessarsi a ciò che potrebbe essere.

Copyright reserved ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti