La spesa statale in cultura ci vede ancora al terzultimo posto in Europa
L’Italia è considerata a parole una superpotenza culturale grazie all’importante patrimonio culturale del passato ma il punto debole è la spesa corrente che non investe sulla nuova produzione
di Roberta Capozucca e Giuditta Giardini
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I punti chiave
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Nel 2012, nel documento “Culture and the Structural Funds in Italy” pubblicato dallo European Network Expert on Culture, Pierluigi Sacco scriveva: «l’Italia è uno dei paesi membri dell’Unione Europea che sembra naturalmente incline a conferire alla cultura un ruolo centrale nelle sue strategie di sviluppo nazionali e locali […] Attualmente, il paese non ha una strategia nazionale, anche a livello regionale la prospettiva strategica sul campo è parziale e frammentata».
Da quel testo, sono ormai passati oltre 10 anni e, a pochi giorni dall’approvazione dell’ultima Legge di Bilancio (L. 30 dicembre 2023 n. 213, “LB”), viene da chiedersi che cosa sia cambiato. La risposta è poco, anzi molto poco a dire il vero. In questi anni, infatti, nessuna forza partitica salita al governo è stata in grado di costruire una visione politica di cosa rappresenti, e cosa dovrebbe rappresentare, il settore culturale e creativo per il nostro Paese. E questo non si afferma per ostruzionismo politico, bensì a fronte della quasi totale assenza di investimenti e di politiche strategiche che negli ultimi 10 anni hanno contraddistinto il capitolo “Spese di previsione per il Ministero della Cultura”, caratterizzato invece da un approccio emergenziale più che di spinta propositiva.
Da quel 2012, infatti, l’andamento del bilancio del Ministero della Cultura (MiC) è sempre oscillato al di sotto della soglia dell’1% sul budget annuale di spesa, ricadendo, dopo l’aumento degli impieghi che hanno caratterizzato il periodo 2016-2020, al di sotto del 5% nel 2022 e attestandosi sullo 0,4% per le annualità 2023 e 2024. Una percentuale che secondo i dati Eurostat, fermi ancora al 2021, posiziona l’Italia al terzultimo posto in Europa per gli investimenti statali nel settore, dove la media è fissata per 71,2 miliardi di euro corrispondenti all’1% della spesa totale del settore pubblico.
Spesa corrente, vero punto debole
Con una dotazione complessiva per l’anno 2024 pari a 3.670,4 milioni di euro (Articolo 15 LB), lo Stato di previsione del MiC consolida il trend, ormai decennale, del mancato aumento della spesa corrente. Che cosa significa questo? Significa che si continua a spendere negli ambiti su cui già si stava spendendo. E, anche se il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti lo definisce “un percorso di prudenza, responsabilità e fiducia”, le poche novità introdotte per il nostro settore sembrano un ‘contentino’ da dare in pasto ai giornali, piuttosto che il segno di una precisa posizione politica. È il caso dell’autorizzazione di spesa per il Parco Archeologico di Pompei che, nonostante sia già un istituto con ampia autonomia di budget e capacità di introitazione tramite visite pari a 20 milioni di euro, riceverà a decorrere dal 2024 un budget di 4 milioni di euro per l’avvio di nuove campagne di scavo (Articolo 1, comma 333 LB). Sebbene sia opportuno precisare che questa misura si accoppia con l’autorizzazione di spesa di altri 10 milioni di euro annui a decorrere dal 2024 per la manutenzione ordinaria e la valorizzazione di Istituti culturali nazionali, in particolare dei parchi e delle aree archeologiche, noi continuiamo a chiederci perché una campagna di scavo sia stata finanziata dalla Legge di Bilancio (Articolo 1, comma 336 LB).
Valorizzare non significa vendere
Per la valorizzazione, gli investimenti passano attraverso il combinato disposto di due commi i quali sembrano spiegare l’approccio utilitaristico che insiste su questa funzione concorrente tra Stato e Regioni. L’Articolo 1, comma 334 LB prevede, infatti, che gli introiti di visite e servizi di cui all’Articolo 117 D.Lgs. n. 42/2004 (Codice dei Beni Culturali) saranno gestiti in forma diretta dagli istituti e dei luoghi della cultura, individuati dall’Articolo 101 del Codice dei Beni Culturali, mentre il comma 338 fa salva la possibilità per il MiC di disporre di una quota dei proventi «conseguiti in occasione di concerti, mostre, manifestazioni culturali e altri eventi dagli uffici del Ministero» possa essere riassegnata a mezzo di decreti del Ragioniere Generale dello Stato «destinata alla tutela e alla valorizzazione dei beni e delle attività culturali».
La riallocazione delle risorse tra i musei e i siti culturali non è certamente una novità per il Ministero. Leggendo tra le righe quello che sembra cambiare sono le modalità di assegnazione di tali risorse che, a discrezionalità del Ministro, verranno prelevate e destinate alla previsione di spesa del Ministero, per non meglio specificate attività di tutela e valorizzazione dei beni e delle attività culturali. Ma per quali attività? Entro quali parametri e secondo quali percentuali? E poi, chi se ne occuperà?
Una, nessuna, centomila capitali italiane della cultura
All’interno di questo ragionamento, si inserisce anche il finanziamento del progetto già annunciato dal Ministro Gennaro Sangiuliano della Capitale italiana dell’arte contemporanea, istituita con comma 339 dell’Articolo 1 LB. La procedura di selezione, che sarà definita con decreto del Ministro della Cultura e intesa in sede di Conferenza unificata, prevede l’assegnazione alla città designata di 1 milione di euro per interventi di riqualificazione di aree e spazi destinati alla fruizione dell’arte contemporanea. Un’operazione che probabilmente genererà confusione con le altre iniziative esistenti, come la Capitale della Cultura e quella del Libro. Certo è che l’iniziativa, dal forte valore comunicativo, non incide sull’asse della produzione artistica dove continuano a mancare fondi e normative a sostegno dell’attività degli artisti, nonché ad ampliare la circolazione delle opere contemporanee.

