La storia corre sul filo ricamato
Il saggio di Clare Hunter dimostra come un’arte apparentemente senza profonde implicazioni intellettuali sia stata in realtà veicolo di importanti messaggi, spesso crittati
di Marco Carminati
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A parole il procedimento è abbastanza semplice. Tagli un pezzo di filo, ne annodi una estremità e fai passare l’altra nella cruna di un ago. Prendi un tessuto, infili l’ago da un lato, lo tiri dal rovescio fino ad arrivare al nodo. Lasci uno spazio. Rinfili l’ago dal rovescio, lo tiri dall’altro lato. Continui così, fino a tracciare una linea, una curva, un’onda di punti. Non c’è altro: filo, ago, tessuto, e i motivi che il filo disegna. Questo è, a grandi linee, il ricamo.
Arte semplice?
Detta così, sembra un’arte semplice, e come tale se ne comprende l’antichità e la vasta diffusione nei secoli, durante i quali il genere umano si è assiduamente applicato nel decorare chilometri quadrati di abiti, paramenti, arazzi, bordure, lenzuola, tovaglie, tende, pizzi, fazzoletti e consimili. Il ricamo abbelliva, impreziosiva, dava dignità, trasmetteva messaggi ed era veicolo di valori. La parola italiana deriva dall’arabo raqm che significa «segno» e «disegno». Il termine è legato alla dominazione araba della Sicilia, durante la quale vennero attivati eccezionali laboratori di ricami poi potenziati dai Normanni, che in quest’arte seppero raggiungere vette ineguagliate: come esempio eloquente ci basti la visione dello spettacolare Mantello per l’Incoronazione del Sacro Romano Impero conservato nel tesoro dell’Hofburg di Vienna.
Opus florentinum
Nel Medioevo il ricamo si diffuse a macchia d’olio con caratteristiche speciali a seconda del luogo di produzione: in Inghilterra venne chiamato Opus anglicanum, in Germania Opus teutonicum, in Italia (e a Firenze in particolare) Opus florentinum. Anche se veniva praticata nei conventi femminili o dalle nobildonne di rango, questa «pittura ad ago» non era affatto prerogativa delle donne. Nel Rinascimento i più diffusi trattati che insegnavano il ricamo erano scritti da uomini: si vedano Il Burato di Alex Paganino, l’Esemplario novo di Giovanni Tagliente e La vera perfezione del disegno di varie sorti di ricami di Giovanni Ostaus, un vero bestseller che tra il 1557 e il 1591 fu continuamente ristampato. E bisogna aggiungere che i soggetti da ricamare su paliotti e piviali venivano spesso cavati da cartoni appositamente disegnati non dal primo venuto bensì da astri della pittura come Sandro Botticelli.
Manifattura degli Arazzi di Gobelins
Quando nel Seicento il ministro del re Sole, Jean Baptiste Colbert, mise mano alla riorganizzazione delle arti e dell’artigianato in Francia, arruolò anche un piccolo esercito di forzuti tessitori e ricamatori da impiegare nella reale Manifattura degli Arazzi di Gobelins.
Prerogativa femminile
Il ricamo divenne prerogativa femminile a partire dall’Ottocento e si diffuse in modo assolutamente trasversale. Lo praticavano le nobildonne come piacevole passatempo ma anche le popolane come lavoro per sostentarsi. E a insegnarlo erano spesso le monache nei conventi, luoghi d’educazione delle rampolle di buona famiglia e parimenti luoghi di rifugio e di riscatto per fanciulle più povere e sfortunate. Tutte, indistintamente, apprendevano l’arte del ricamo.

