La Trumponomics? Genererà la stagflazione
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È futile illudersi che le minacce di pesanti dazi costituiscano una tattica rozza per estrarre concessioni o che esprimano una puerile ma passeggera pulsione al mercantilismo becero. Il protezionismo 2.0 di Trump è un culto allucinato i cui fondamenti teorici (si fa per dire) sono radicati in un humus di vaneggiamenti.
Il Sommo Sacerdote è Stephen Miran, presidente del Council of Economic Advisers. Non si tratta di una figura borderline come Peter Navarro o esponenti di frange esaltate amalgamatesi nel trumpismo. Ha un Ph.D. da Harvard, è stato senior strategist presso Hudson Bay Capital Management, cofondatore della società di gestione patrimoniale Amberwave Partners e collaboratore del Manhattan Institute, un think tank conservatore.
Miran ha esposto la sua visione in un paper redatto per Hudson Bay a novembre 2024 intitolato “A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System” la cui parte saliente si sviluppa in 5 punti.
1) Il dollaro è strutturalmente sopravalutato in quanto il suo ruolo internazionale ne rafforza le quotazioni oltre il livello ragionevolmente giustificato dalle dinamiche dell’import-export. Questa sopravalutazione ha minato da decenni la competitività dell’economia americana e quindi è la causa principale della deindustrializzazione.
2) Al deficit di bilancia dei pagamenti fa da contrappeso un afflusso di capitali dall’estero che ha favorito la finanza di Wall Street (quindi i ricchi) penalizzando il “popolo” in particolare gli operai delle aziende manifatturiere.

