Le sfilate di Parigi /6

Lanvin, un ritorno in divenire. Jacquemus punta sulla couture anni Cinquanta

La settimana della moda di Parigi si chiude con collezioni co-ed, fra cui quella che segna l’atteso debutto di Peter Copping alla guida della maison di madame Jeanne

Lanvin AI 25-26

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Le formule, nella moda di oggi, abbondano: sono un modo per reiterare un codice, soprattutto quando ha successo, o di creare desiderio attraverso la reiterazione. Formulaico, però, non sempre significa schematico. È il caso di Sacai, che apre la sesta e ultima giornata di questa fashion week decisamente sottotono, con una bella prova che è l’ennesima affermazione di un linguaggio distintivo. Chitose Abe, fondatrice e mente del marchio, lavora da sempre sull’idea dell’ibrido, e di volumi che si ridisegnano nel movimento. Questa stagione porta il discorso in un ambito montano, affabulante e selvaggio - Where The Wild Things Are recita una maglietta, e in effetti l’atmosfera di tutta la sfilata oscilla tra il primitivo e l’onirico, come nel racconto illustrato di Maurice Sendak - apparendo libera ed energica.

Simone Porte, in arte Jacquemus, rinnova la formula per il ritorno nel calendario parigino dopo anni di destination show, sicché rimpicciolisce la scala della sfilata co-ed portandola in uno splendido appartamento anni Trenta disegnato da Auguste Perret, mentre eleva le aspirazioni stilistiche inebriandosi di couture e anni Cinquanta, tra godet, schiene balloon e pose alla Dovima. Si apprezza l’ambizione e il desiderio costante di rinnovamento, meno l’esecuzione claudicante. La parte maschile della prova è la più convincente, ma c’è ancora molto lavoro da fare.

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Masayuki Ino di Doublet opera in un’orbita tutta sua. Seguirlo mentre si evolve e mentre espande la narrazione di questo marchio squinternato e lirico è un esercizio che diverte e fa pensare. Questa stagione Ino si focalizza sui Villains, i cattivi da film o da manuale, i perdenti punk, dark e barboni, coloro che non si allineano al perbenismo condiviso, suggerendo che tra le pieghe di ciò che è rotto possono scaturire nuove cose. Da questa agnizione morbida e accettazione del difetto parte un detour di forme distorte, accorciate e liquefatte che si concretizza in una cast di figure tutte diverse, quasi a dire che i modi di essere cattivi, invece che buoni, sono infiniti.

La settimana si conclude da Lanvin con il debutto di Peter Copping. Nel tentativo di far rivivere una maison gloriosa caduta nella polvere e quindi in disperato bisogno di linfa e idee, Copping, che è un rispettatissimo veterano del settore, cerca di riconnettersi con il seminale lavoro e lo spirito della fondatrice Jeanne Lanvin, buttandoci dentro alcuni tropi di Alber Elbaz. I risultati sono contrastanti, con l’abbigliamento femminile che appare un po’ troppo eclettico e l’abbigliamento maschile più a fuoco: elegante e raffinato, molto in stile Stefano Pilati.

Questo è ovviamente un debutto, il primo passo di un percorso in divenire, e come tale deve essere valutato. Subito viene da chiedersi: c’è bisogno di questa proposta? Per avere importanza, bisogna trovare una ragione. Cos’è moderno? Probabilmente, gli anni ’30 ormai sono vintage, anche se la linearità è un buon punto di partenza. Per quanto riguarda i personaggi, la varietà è fondamentale, e anche su quella bisogna approfondire la ricerca.

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