Lavoro, meno ore e più soldi: ecco come cambiano le richieste nei contratti
I sindacati mettono al centro il tempo di lavoro, insieme al potere d’acquisto. Le riduzioni richieste vanno dalle 12 giornate annue del legnoarredo alle 24 dell’alimentare
di Cristina Casadei
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I punti chiave
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Tra i primi ad avanzare la proposta in una piattaforma rivendicativa di rinnovo di un contratto collettivo nazionale di lavoro ci sono i sindacati del legno arredo, Filca, Fillea, Feneal che chiedono una riduzione dell’orario pari a circa 12 giorni all’anno. Poi sono arrivati i bancari che chiedono 10 ore al mese, quasi 16 giorni all’anno, abbinati a un aumento di 435 euro sul triennio. A seguire sono arrivati gli alimentaristi che puntano a 24 giorni di lavoro in meno all’anno e 300 euro di aumento, ma spalmati su un quadrienno.
Alla ricerca di un nuovo equilibrio
Il binomio della riduzione oraria e degli aumenti consistenti che cavalcano unitariamente i sindacati, tra i lavoratori è sicuramente molto apprezzato. Se però uno dei principi degli accordi è la loro sostenibilità economica, ad una prima lettura rischia di portare i negoziati su sentieri ripidi, dato che ognuna delle richieste ha un costo molto alto e la produttività del lavoro è un punto debole del nostro paese.
I prossimi mesi ci diranno se nella contrattazione si farà strada un nuovo equilibrio tra orario, flessibilità e salario. E occupazione. Nelle telecomunicazioni tra le ipotesi su cui i sindacati stavano ragionando in vista della piattaforma c’era proprio quella di contenere la richiesta di aumento, in cambio di una riduzione oraria, anche per ragioni di salvaguardia occupazionale. In tutti i casi il binomio sindacale punta molto in alto e pur essendo molto apprezzato dai lavoratori, così come è stato formulato, non lo è affatto dalle imprese.
Guadagnare tempo
Diversi sondaggi hanno evidenziato che uno dei temi su cui c’è una riflessione aperta tra i lavoratori è quello del tempo. Tempo di vita e di lavoro che lo smart working ha reso più facile conciliare, soprattutto nelle medie e grandi imprese, ma solo per i cosiddetti white collar, con conseguente allargamento della dicotomia tra chi lavora sulle linee produttive, e quindi non può fare smart working, e chi è in ufficio. La pandemia ha dato molto vigore al tema e il dibattito è proseguito fino a proposte di frontiera, come quella della settimana corta all’inglese che si basa sulla formula 100-80-100, ossia 100% dello stipendio, 80% del tempo di lavoro e 100% dei risultati. Le sperimentazioni in corso su piccoli numeri forniranno dati su cui ragionare, ma il modello non è sicuramente di facile applicazione sulle ampie platee.
Il ruolo dell’innovazione
Giulio Romani, segretario confederale della Cisl, spiega che quando si parla di orario «le valutazioni sono molteplici. Intanto dobbiamo considerare che il dibattito sulla riduzione degli orari si è sempre sviluppato a seguito di recupero di produttività dovuto ad avanzamenti della tecnica. In secondo luogo, post pandemia si è sviluppata una maggior attenzione alla conciliazione vita-lavoro che ha la punta dell’iceberg nel fenomeno delle grandi dimissioni, ma che ci segnala un cambiamento in atto nella nostra società che non può essere ignorato». Tiziana Bocchi, segretaria confederale della Uil, aggiunge che non si può ignorare che il tempo di vita è una necessità ormai trasversale, non solo dei giovani che la pongono sempre durante i colloqui di lavoro, ma di tutte le fasce di età. In questi ultimi anni, anche a causa della pandemia, si sono presentate esigenze diverse delle persone su cui è arrivato il momento di ragionare, portando con forza all’attenzione il tema dell’orario».
