Confronto al Cnel

Lavoro, Roccella: «Sui congedi incentivare i padri: valutiamo modello tedesco»

La ministra: «Niente festa se le donne non lavorano». Il presidente del Cnel Renato Brunetta: «La parità conviene, basta trappole»

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«Non amo partire dagli obblighi. Bisogna trovare metodi per incoraggiare la parità e riconoscere il valore sociale della maternità, che invece ancora appare come un fatto privato. Serve uno sforzo di fantasia collettivo per accelerare la condivisione delle responsabilità genitoriali». Eugenia Roccella, ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità - tre deleghe che ritiene intrecciate in modo strategico - ha già in mente una possibile strada da seguire e la ha raccontata all’evento promosso dal Cnel a due giorni dall’8 marzo: “Il lavoro buono: pari opportunità, condivisione, contrattazione”.

Congedi, si studia la via tedesca

«In Germania - ha detto Roccella - hanno incrementato i congedi riconoscendo due mesi “bonus” aggiuntivi se sono utilizzati dall'altro genitore». Un modo per sostenere il rientro delle madri nel mercato del lavoro e aumentare la partecipazione dei padri alla cura dei bambini nel primo anno di vita, senza penalizzare il reddito familiare. È un’ipotesi a cui il Governo sta guardando con attenzione, anche se la fattibilità nel nostro sistema è tutta ancora da verificare. In ogni caso, la ministra è stata netta: «L’8 marzo, la festa della donna, non è una festa se le donne non sono messe in grado di lavorare, e di avere un lavoro buono».

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Brunetta: «La parità di genere conviene a tutti»

Un’aspirazione niente affatto scontata, come ha ricordato il presidente del Cnel, Renato Brunetta. Perché «i lavori precari e part-time sono riservati alle donne, perché il 70% del lavoro domestico ricade su di loro, perché il 73% delle dimissioni nel primo anno di vita del figlio sono delle donne. Un ciclo di vita segnato dagli squilibri, che si riflettono alla fine sulle pensioni, perpetuando iniquità e inefficienza». Che fare, dunque? «La vera sfida - ha affermato anche Brunetta - è far diventare il problema della parità da individuale a collettivo, cambiando i paradigmi del welfare e degli incentivi pubblici. Evitare le troppe trappole. La parità di genere conviene a tutti, produce più equità ma anche più crescita. È un approccio win-win. Un modello vincente su cui dobbiamo puntare».

Semenzato: «Autonomia cruciale contro la violenza»

Concorda la presidente della commissione d’inchiesta sul femminicidio, Martina Semenzato: «Una cultura più inclusiva, dalle famiglie alle organizzazioni, significa progresso culturale e sociale, motore per una crescita economica etica. Per questo serve una visione condivisa, una strategia coordinata, una governance efficace. Con un patto di corresponsabilità che coinvolga anche la politica». E che tenga a mente la centralità dell’educazione al rispetto e dell’educazione economico-finanziaria, anche per la prevenzione della violenza e per correggere le distorsioni attuali, nemiche dell’indipendenza: «Il 62% delle donne che si rivolgono ai centri antiviolenza non lavora. E una donna su tre non ha un conto corrente».

Sabbadini: «Qualità del lavoro femminile è peggiorata»

Un affresco significativo degli ultimi 15 anni è stato tracciato da Linda Laura Sabbadini, pioniera delle statistiche di genere in Italia: «A fronte di un incremento quantitativo sofferto del lavoro femminile, la situazione qualitativa è peggiorata, in termini di conciliazione, precarietà, part-time involontario e lavoro irregolare. E, a fronte di un aumento delle lavoratrici over 50, sui più giovani l’impatto delle tre crisi non si è ancora riassorbito». E se al Sud il quadro è pessimo, al Nord non si può cantare vittoria: «La strategia di Lisbona prevedeva un obiettivo al 2010 del tasso di occupazione femminile del 60%. Lombardia e Veneto sono arrivate ora al 62-63%, lontanissime non solo dai Paesi nordici ma anche dal 75% della Germania e dal 70% della Francia».

Parola d’ordine: redistribuire. Nella società e nella coppia

Per Sabbadini, «il problema è che il tema dell’occupazione femminile non è mai entrato seriamente nell’agenda politica del nostro Paese. Ma il futuro sta nella capacità di valorizzare questo capitale umano svalorizzato che sono le donne. Se non lo facciamo, non sciogliamo il nodo cruciale per il miglioramento della qualità della vita di tutte le persone». La parola d’ordine è una: redistribuire i carichi del lavoro di cura. Nella società, attraverso i servizi di assistenza all’infanzia e agli anziani (peraltro sbocchi professionali proprio per le donne), e nella coppia, attraverso «congedi parentali più coperti economicamente e congedi paternità più lunghi dei dieci giorni attuali. Insufficienti».

La proposta: Naspi per le donne che subiscono violenza

Ricchissima la polifonia di testimonianze e proposte. Come quella avanzata da Rossana Dettori, presidente del Comitato pari opportunità del Cnel, che si è insediato a gennaio e che promette di sfornare una relazione annuale sull’andamento della contrattazione in relazione alla parità uomo-donna. Oltre a invocare per le madri il diritto del congedo retribuito al 100% per tutta la durata della maternità e per i padri il congedo obbligatorio, Dettori propone una circolare che ampli le causalità della Naspi per riconoscere l’accesso all’indennità di disoccupazione alle donne costrette a licenziarsi e ad abbandonare la casa perché vittime di violenza.

Il faro sugli incentivi: funzionano?

Valentina Cardinali dell’Istituto nazionale di analisi delle politiche pubbliche ha illustrato le ragioni per cui oggi il lavoro delle donne non è buono, dai tanti contratti atipici alla discontinuità, dalla asimmetrica distribuzione dei carichi di cura all’inattività. Una vera «trappola che rischia di invischiare le donne su una strada di non ritorno». L’esperta ha inoltre illustrato i risultati degli studi Inapp dedicati a verificare l’efficacia dei tanti incentivi all’occupazione femminile sperimentati sinora. Con esiti paradossali: «Hanno perpetuato le difficoltà preesistenti, agendo sulla mera quantità e non sulla qualità. Se devono essere giudicati sulla loro capacità di correggere ciò che avviene a mercato vigente, hanno fallito».

Governance miste e welfare aziendale fanno bene

Dal presidente di Federmanager, Cida e Trenitalia Stefano Cuzzilla, coautore con la giornalista del Sole 24 Ore Manuela Perrone del libro “Il buon lavoro” (Luiss University Press) che ha ispirato il titolo della giornata, è arrivata la fotografia della dirigenza: «Tra i manager le donne sono il 20% e solo poco più di una su dieci ricopre il ruolo di amministratore delegato. Serve un rapido cambio di passo. Il divario tra gli stipendi, oltre a limitare l’indipendenza economica delle donne, comporta un’altra conseguenza: in caso di crisi, e nella vita se ne affrontano tante, la prima a lasciare il lavoro è chi ha il reddito da lavoro più basso. Di nuovo le donne». Per Cuzzilla, occorre puntare con decisione su governance miste e welfare aziendale: «Mettere in campo tutto ciò che serve per agevolare sia la maternità sia le carriere femminili». Con tanta attenzione, anche da parte delle istituzioni, alle piccole e medie imprese, il 98% del tessuto produttivo italiano.

Del Conte (Bocconi): «Controspinte contro le asimmetrie»

Per Maurizio Del Conte, ordinario di diritto del lavoro alla Bocconi ed ex presidente Anpal, ben vengano «azioni positive e controspinte per contrastare le asimmetrie», ma «bisogna andare oltre le misure correttive e favorire la partecipazione attiva delle donne al mercato del lavoro incidendo nel momento genetico della creazione di occupazione». Da qui l’importanza delle politiche attive. Anche perché, «per far fronte all’inverno demografico e al peso dello skill shortage la prima e immediata risorsa è reperibile nella componente femminile».

I progressi nel settore pubblico

Una finestra sul settore pubblico è stata aperta dal prefetto Laura Lega, capo Dipartimento libertà civili e immigrazione del ministero dell’Interno, che ha ripercorso i passi avanti nel settore pubblico compiuti dopo la storica sentenza 33/1960 della Corte costituzionale, frutto dell’ostinazione di Rosa Oliva: «Oggi le donne prefetto sono 58 su 154, quasi il 40%. Aumentano le comandanti nelle forze di polizia e nei vigili del fuoco. Ma l’articolo 37 della Costituzione è una pianta che ha necessità di essere innaffiata continuamente».

Nel contratto dei bancari un capitolo sulla parità

Le buone pratiche non mancano, anche nella contrattazione. Ilaria Maria Dalla Riva, presidente del Comitato Affari sindacali e lavoro dell’Abi, ha riassunto le novità del contratto dei bancari chiuso lo scorso novembre, che per la prima volta, oltre a prevedere aumenti medi mensili di 435 euro, ha un capitolo dedicato a inclusione e parità, ha ridotto l’orario di lavoro da 37,5 a 37 ore settimanali e innalzato le ore di formazione retribuita da 8 a 13. «La finanza è stata per tanti anni grigia e ha visto a tutti i livelli una grande presenza di uomini», ha commentato Dalla Riva. Ora si tinge di rosa, mettendo insieme tutti gli elementi che «creano lavoro buono: l’aspetto economico, la formazione, la riduzione dell’orario e l’inclusione». Ma l’esperta ha anche lanciato un monito su smart working e digitalizzazione: «Sono chiesti soprattutto da giovani e donne, ma così facendo i luoghi di lavoro sono tornati a essere più popolati dai colleghi uomini».

L’allarme sui giovani: «Il gender pay gap si allarga»

Sulla doppia discriminazione delle giovani - in quanto under 35 e in quanto donne - si è soffermata Maria Cristina Pisani, presidente del Consiglio nazionale giovani. Dalle analisi degli annunci di lavoro emergono bias importanti: «Nella maggior parte dei casi le preferenze di genere sono evidenti. E per le donne ancora la mansione più richiesta è la segretaria, a conferma del fatto che gli stereotipi persistono». Così come persiste, e anzi pare aggravarsi, la disparità salariale: «Il 79% dei 3 milioni di assunti sotto i 35 anni nel 2022 è precario. In questo universo le donne nel privato guadagnano 12mila euro, gli uomini 17 mila. Una lotta tra poveri, in cui però le ragazze sono ancora penalizzate». Un campanello d’allarme forte, per chi confida nelle nuove generazioni per una svolta.

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